Privacy Policy Hong Kong al femminile alle prese col drago -
sabato 18 Gennaio 2020

Hong Kong al femminile alle prese col drago

L’ex colonia britannica tornata alla madrepatria cinese ha eletto una ‘governatrice’ donna, Carrie Lam, vicina a Pechino, come diversamente non potrebbe essere, ma non appiattita. L’analisi di Michele Marsonet che quella terra sfrequenta e studia.
Il nuovo ruolo di comando dell’universo femminile, compresa la detestata Tsai Ing-wen, a Taiwan. La sessantenne giovanile senza rottamatori attorno, fazione filo-cinese, considerata ‘dialogante’, disposta ad ascoltare ragioni e istanze degli oppositori.
Pechino -valuta Marsonet- ha scelto la linea della ‘non rottura’. Fermezza sui principi e flessibilità sul resto: basta non mettere in discussione l’appartenenza di Hong Kong alla madre patria, la Repubblica Popolare Cinese.

Nessuno si attendeva che le ultime elezioni a Hong Kong, svoltesi pochi giorni orsono, modificassero sostanzialmente il quadro dei rapporti tra la ex colonia britannica e la Repubblica Popolare Cinese. Ha vinto, infatti, la candidata preferita da Pechino, Carrie Lam.
Qualche novità, tuttavia, c’è. Innanzitutto è la prima volta che una donna conquista una simile posizione in un contesto – e parlo dell’intera Cina – finora non certo favorevole alla leadership femminile in politica. Le donne sono presenti in quantità, ma è assai raro – per non dire impossibile – che riescano a ottenere posizioni apicali.
C’è riuscita di recente Tsai Ing-wen, però a Taiwan, vale a dire in uno Stato che sfugge al controllo della RPC e che ama definirsi ufficialmente “l’altra Cina”. Si rammenterà l’incidente diplomatico causato dalla telefonata della presidente di Taiwan a un Donald Trump agli esordi, non ancora bloccato da giudici e parlamentati del suo stesso partito.

In secondo luogo la nuova leader di Hong Kong ha “solo” 60 anni. Possono sembrare tanti ma l’impressione è errata, considerando che la gerontocrazia regna in Cina da tempo immemorabile, partendo proprio da Mao e dalla cerchia che lo seguì nella Lunga Marcia. I cinesi, eredi di una civiltà assai più antica della nostra, non si sono mai fatti prendere dall’ansia di “rottamare” gli anziani, anche perché la tradizione confuciana conferisce loro grande peso e un ruolo importante nella società.
In terzo luogo il risultato delle urne, pur tenendo conto della grande ristrettezza dell’elettorato, è stato comunque assai favorevole alla nuova premier. Ha infatti ottenuto 777 dei 1194 voti espressi, andando quindi al di là delle aspettative. E questo nonostante la leadership della RPC l’appoggiasse con molta decisione. Qualcuno prevedeva che tale fatto l’avrebbe danneggiata mentre, in realtà, non è stato così.

Quali previsioni si possono dunque fare per il prossimo futuro? Si deve notare che la Lam, pur appartenendo chiaramente alla fazione filo-cinese, è anche considerata “dialogante”, il che significa “moderata” e disposta ad ascoltare ragioni e istanze degli oppositori. Pechino ha insomma scelto la linea della “non rottura”. Fermezza sui principi e flessibilità sul resto: basta non mettere in discussione l’appartenenza di Hong Kong alla “madre patria”.
Ciò non sarà di certo sufficiente a bloccare le proteste che, infatti, sono continuate anche dopo la proclamazione del risultato elettorale. Ma il segnale uscito dalle urne è chiarissimo. Quelli che contano nella ex colonia inglese, i businessmen e gli esponenti del mondo economico-finanziario in genere, vogliono lavorare in tranquillità. A loro l’obiettivo di ottenere una libertà di voto simile a quella occidentale interessa poco, e sono soddisfatti della relativa autonomia che alla città-isola i cinesi concedono.

Se vogliamo è la fine dell’utopia coltivata dai movimenti, soprattutto giovanili, che avevano occupato le piazze da due anni a questa parte. Staccarsi da una nazione potente e in costante ascesa come la RPC è in pratica impossibile, e i sogni di indipendenza vengono quindi riposti nel cassetto almeno dalla maggioranza degli abitanti.
Spetta ora a Pechino, che punta sempre a fornire un’immagine rassicurante di sé sul piano internazionale, saper cogliere l’occasione per mostrare ai riottosi che, in fondo, far parte della RPC conviene. Difficile riuscirci con tutti, ma i presupposti per un allargamento del consenso ci sono.

Potrebbe piacerti anche