• 26 Febbraio 2020

Celebrazione del merito, le recenti nomine governative e Poletti

Succedono cose strane, che odorano – puzzano? – di antico. Con qualche aggravante non secondaria.
A fronte della modernità esibita nei discorsi, la retorica con cui si maneggiano le parole svuota di significato anche le più belle formulazioni, per non parlare della divaricazione tra idee, sparse a piene mani come fossero rosari di giaculatorie autoevidenti, e comportamenti palesemente in contraddizione.

Prendiamo il caso della celebrazione del ‘merito’ come novo mantra di tante esplosioni nuoviste, con cui si combattono gli alfieri di punta di partiti e movimenti in corso per la supremazia.
Ora se c’è una cartina di tornasole che legittima l’esistenza di meriti da premiare e promuovere questa risponde precisamente ad alcune caratteristiche: le competenze possedute, l’esperienza certificata, l’orientamento e l’impegno nel realizzare, i risultati ottenuti, l’autonomia nel mettersi in gioco e la capacità di interpretare condizioni e contesti con intelligenza e saggezza sociale.

Proviamo a misurare su questo metro certe decisioni politiche recenti, ad esempio le nomine proposte per i vertici delle grandi aziende pubbliche, o anche certi comportamenti direttivi nel selezionare candidati officiati per il ruolo di capofila in vista delle prossime tornate elettorali.
Quello che emerge chiaramente è, che al di là di tutte le dichiarazioni di principio, il metodo è solo uno: premiare l’appartenenza, che garantisce la tutela del potere di parte.

Sia altrettanto chiaro: questo non vuol dire che gran parte delle persone indicate non siano di qualità o meritevoli. Semplicemente il criterio di scelta decisivo non è questo.
Si ripetono antichi vizi, che però nelle stagioni passate non si ammantavano di retoriche meritocratiche: si trattava di operazioni al coperto, condivise dai più come metodo, ma si evitava almeno la presa in giro di richiami accorati alle virtù salvifiche di un ‘merito’ a cui nessuno credeva.

Continuiamo ad essere un popolo di aspiranti ‘comandati ’sulla base di un ‘capitale relazionale’ di dubbia valenza morale. Tanto più negativo nelle conseguenze sei i fatti certificano ad oltranza che chi ha il poter di decidere, mentre esalta il merito, a tutto pensa tranne che a promuoverlo.
La retorica è uno strumento ambiguo se maneggiata per far apparire in un modo ciò che di fatto si maneggia abitualmente proprio nel suo verso contrario.

Finirà quasi sempre per ritorcersi contro chi ne abusa, e pensa di non dover poi rendere conto, illudendosi che basti evocare le parole di moda per coprire comportamenti che ne umiliano il senso.

Pier Luigi Celli

Pier Luigi Celli

Pier Luigi Celli, manager letterato, tra un libro e l'altro ha diretto aziende di primaria importanza senza farne fallire nessuna. È stato direttore generale della Rai e sul tema è in corso un armistizio con Remondino.

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