Il tentativo di colpo di Stato militare avvenuto in Turchia il 16 luglio 2016 è stato certamente un episodio grave e inaccettabile. La reazione cui tale tentativo di golpe ha dato luogo da parte del Governo della Turchia è stata però manifestamente sproporzionata e numerose tra le misure di emergenza prese appaiono essere in aperta e grave violazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo – di cui la Turchia fu tra i primi firmatari – e del Patto Internazionale dell’ONU sui diritti civili e politici.
Nei molti mesi ormai trascorsi dalla data del tentato golpe continuiamo ad assistere attoniti al prolungamento di uno stato di emergenza che appare ben oltre i limiti indicati dall’art. 15 della Cedu: all’epurazione in massa di professori universitari e di insegnanti di ogni ordine e grado, di magistrati, di funzionari, di militari.
Ciò mentre gli avvocati vengono arrestati o intimiditi, i giornalisti indipendenti sono ridotti al silenzio, i diritti di ogni imputato ad una difesa libera ed effettiva e i principi minimi del giusto processo vengono calpestati.
Il fermo di polizia è stato portato all’incredibile limite di sessanta giorni, vengono confiscati i beni delle persone sospette, le accuse vengono formulate in modo del tutto generico e fanno riferimento ad appartenenze, reali o supposte, a “gruppi terroristici”, senza che la natura e l’attività di tali supposti gruppi sia mai stata dimostrata.
Nessuna fiducia, di fronte a tali misure repressive, può oggi essere riposta in un controllo giurisdizionale interno, che è affidato a magistrati intimiditi, minacciati a loro volta di repressione, con procedure di emergenza la cui affidabilità appare pressochè nulla.
Ovunque le autorità turche vedono “nemici” e “complotti”, in un clima di continue minacce ad altri Paesi, membri della medesima comunità di diritto, che ci ricordano le peggiori esperienze vissute dal nostro Continente nel Novecento.
Di fronte ad avvenimenti tanto gravi e ripetuti, le reazioni delle istituzioni europee, sia del Consiglio d’Europa che dell’Unione europea, appaiono timide, reticenti e del tutto inefficaci.
Ci si è trincerati dietro a distinzioni formali, si è dibattuto senza decidere mentre si lascia che uno Stato membro del Consiglio d’Europa e candidato all’Unione Europea violi apertamente le regole che ci siamo liberamente dati e sul cui rispetto abbiamo fondato la nostra coesione e la nostra comune esperienza di giuristi.
Deludenti, per quanto formalmente motivate, sono apparse le prime pronunce della Corte europea dei diritti umani, che ha respinto come irricevibili, per mancato esaurimento dei rimedi interni, i ricorsi individuali che contestavano la legittimità delle misure di emergenza adottate dal governo turco. L’allarmante attuale compromissione delle libertà e dei diritti fondamentali prodotta da quelle misure ben rappresenta una di quelle situazioni speciali che la stessa giurisprudenza della Corte di Strasburgo ha, in passato, ammesso come eccezioni alla regola del previo esaurimento dei ricorsi interni.
Noi giuristi europei, accademici, avvocati e magistrati, chiediamo che le nostre Istituzioni comuni, quelle rappresentative e quelle esecutive come quelle giurisdizionali, sappiano vedere la realtà degli avvenimenti turchi, sappiano reagire con la forza del diritto a violazioni che, se oggi avvengono in un solo Paese, domani potrebbero legittimarne di analoghe in altri.
Promotori e primi firmatari
Luigi Ferrajoli, professore emerito di Filosofia del diritto, Università di Roma Tre,
David Cerri, avvocato del Foro di Pisa,
Ignazio Juan Patrone, magistrato italiano di collegamento in Francia.
Le adesioni:
adesione.iniziativa@fondazionebasso.it





