lunedì 16 luglio 2018

Bambini su ordinazione. Da quale miseria scappa la cicogna?

Maternità surrogata, le donne “donatrici” e la miseria che le induce a farsi tali. E la confusione fra desideri e diritti come se quello che si desidera sia da ottenere, oltre ogni limite.

Pensando ancora a questioni di figli. Che anche questo riguarda il mondo verso il quale andiamo…
Dagli appunti del mio taccuino… “Non importa come arrivino i figli, l’importante è quanto siano stati desiderati”. Bel pensiero, che mi regalò, al termine di un’intervista, la responsabile di un centro per la fecondazione assistita. Bel pensiero, davvero, pensai e penso, per quei bambini nati in provetta che prima o poi, crescendo, avrebbero chiesto da quale latitudine fosse arrivata la loro cicogna, o sotto quale cavolo i genitori li avessero mai raccolti…
Nell’interesse del bambino, certo. Come nell’interesse del bambino ha ben valutato il giudice (la Corte d’appello di Trento) che due settimane fa ha emesso la “storica” sentenza: ha riconosciuto a due uomini l’essere genitori di due gemellini nati negli Stati Uniti con la pratica, lì ammessa, della maternità surrogata. Che su tutto vince “il diritto del minore al riconoscimento dello status filiationis nei confronti di entrambi i genitori che lo abbiano portato al mondo, diritto rispetto al quale è indifferente la tecnica di procreazione”.

E saranno pure, per i due gemellini, i genitori migliori al mondo, i due uomini che li hanno voluti.
Eppure, eppure… C’è una questione a monte che si fa fatica a ignorare…
Ritorna il fastidio provato leggendo, tempo fa, su noto settimanale femminile, la storia della clinica delle “madri surrogate”, in India. Leggendo della “Casa” dove vivono per nove mesi le donne che portano in grembo l’embrione fecondato di altre coppie. Per offrire un futuro migliore ai propri figli. A leggere, sembra, quella clinica e chi la gestisce, profumare di pulito, bontà e buoni propositi… ed è tutto uno sciorinare di nomi di donne che così potranno avere i soldi per ben nutrire quelli propri, di bambini, oppure mettere da parte una dote per la propria figlia, oppure finire di pagare la casa, oppure, oppure… quante belle cose si possono fare con gli 8-9mila dollari che si ricevono, sui 15-25mila che è il prezzo che pagano i genitori ‘ordinanti’ (in India ci si può accontentare, ma altrove il costo è ben più alto).

Sembra tutto così sereno e dolce, come gli occhi infiniti delle donne indiane…
Eppure eppure… scusate ma non vedo tanta differenza con la questione della prostituzione. Perché ci saranno pure (mi piacerebbe sapere quante) donne libere e felici di farne quel che vogliono del proprio corpo, anche incubatrice su commissione, ma come ignorare l’immenso mercato che fa delle donne merce, tutt’altro che libera e felice.
Restando in India. Come fare finta di non sapere che il mercato degli uteri in affitto è lì un grande affare, un affare enorme. Leggevo in un’inchiesta che si tratta di un mercato aperto agli stranieri da 3 miliardi di dollari. Un mercato che sfrutta (come altro lo vogliamo chiamare?) la povertà. Quando la povertà diventa miseria….

Quando la povertà diventa miseria, c’è chi sa ben farla diventare miniera d’oro. Ma l’uomo è cattivo, diventa un vero mostro quando c’è puzza d’affari, e nelle pieghe degli affari si nascondono sempre orrori. E arrivano notizie come la storia di Phulmani ( ricordate?), segregata dai 13 ai 31 anni, che ha partorito sei figli altrui. Trattata come una macchina per fare soldi…
Saranno pure luoghi ameni queste cliniche (amenissimi quelli dei paesi dove la pratica è legale), ma non riesco ad evitare un accostamento…
Chiudete gli occhi se vi dà fastidio vedere. Davanti ai miei compare l’immagine degli animali degli allevamenti intensivi. Le scrofe, le mucche, le pecore, le coniglie… scegliete voi, e i metodi industriali che facciamo finta di non conoscere…
Mucche da latte, conigli da carne… donne da figli…
Le immagini si sovrappongono…

Perché il concetto è lo stesso. Fare di un essere vivente una macchina per produrre quello che serve alla pienezza della nostra vita, e che da soli non sappiamo produrre. Latte, carne, figli… Esseri viventi che siano, naturalmente, almeno un gradino sotto di noi. E quanti gradini sotto di noi ricchi, o comunque agiati, è una donna alla periferia del mondo (ma non è necessario nascere in India per essere alla periferia della vita), che può disporre solo del proprio corpo, e spesso neanche più di quello. E l’uomo è cattivo, diventa un vero mostro quando c’è puzza d’affari…
Pensando alle coppie che desiderano figli che non riescono a fare da sé, e con tanta ostinazione vogliono arrivi, e non importa come, che ad adottarlo è complicato, e ci vuole tempo… e poi magari arriva grande… vuoi mettere un cucciolino piccolo piccolo che abbia magari anche una piccola traccia di te…

Provo a capire… ma l’impressione è di vivere in un mondo ( questo occidentale), nel quale si fa un bel po’ di confusione fra desideri e diritti, come se tutto quello che si desidera sia da ottenere, oltre ogni limite. E inizia addirittura a prendere piede la stramba idea che i desideri “siano” diritti. Prerogativa (ci risiamo) che vale naturalmente per noi benestanti e occidentali… visto che siamo così allibiti, ad esempio, all’idea che una persona affamata possa desiderare di venire a cercare fortuna sulle nostre sponde. O meglio, che lo desideri pure, ma stia alla larga … Apro una parentesi: non va forse in questo senso l’invenzione del “migrante economico”, creazione di una categoria di desideranti (di una vita migliore) che hanno meno diritto di altri a ricevere accoglienza. Giusto per sfoltire le fila…
Pardon, sto deviando…

Tornando alla notizia da cui siamo partiti… Mi auguro davvero, anzi sono sicura che la coppia di padri riconosciuti dalla sentenza della Corte d’appello di Trento darà ai figli tanto desiderati la vita migliore possibile…
Ma no, non credo proprio che non debba mai importare come e da dove i figli arrivino, e tutto quello che c’è dietro, del dolore degli altri….

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