lunedì 17 giugno 2019

Non è questa l’Europa che abbiamo sognato

“Sessanta sono pochi”, riflette Massimo Nava sul trattato di Roma. 60 anni di Europa sono ancora poca storia, storia ancora incompiuta, eppure c’è qualcuno che vorrebbe chiudere definitivamente l’esperienza. Pessima idea ci dice Nava che, da Parigi, alla vigilia di tesissime presidenziali, rischia di doverci presto raccontare di un quasi funerale dell’Unione se vincesse Marine Le Pen.
Una riflessione impegnativa attorno al Mondo Europa, com’è e come invece potrebbe e dovrebbe essere. Le minacce interne ed esterne al Mondo Europa, che potrebbero distruggerlo, ma che possono paradossalmente diventare “l’opportunità di ripensare tutto il sistema e di imboccare la strada della rinascita”.
Un lungo pezzo che val la pena davvero di leggere.

Le domande all’ordine del giorno. Ci sarà la fine dell’euro? Anzi: è auspicabile la fine dell’euro? Basteranno gli interventi della Bce ? Chi è più responsabile del disastro: gli Stati cicala o gli Stati formica o entrambi, i primi per irresponsabilità e incompetenza, i secondi per miopia ed egoismo? Può essere positivo – è il caso di dire “in fin dei conti” – che i peggiori allievi, quelli che non fanno i famosi compiti a casa, vadano per la propria strada? Oppure bisogna ritornare a Keynes, all’intervento pubblico, dopo il dramma sociale provocato dalle politiche di austerità?
Sono domande con risposte ambivalenti, talvolta rassicuranti, talvolta disperate, che nascono da interpretazioni di processi economici, politici, sociali in corso e che possono subire svolte impreviste, rallentamenti, accelerazioni.

Proviamo a immaginare lo scenario politico europeo rispetto ai risultati elettorali in diversi paesi, rispetto alla Brexit e alle presidenziali in Francia, con la minaccia del Front nazional (già oggi primo partito) di Marine Le Pen all’Eliseo. La Francia di oggi non è più una delle colonne portanti del sistema, ma sarebbe un fattore decisivo di disgregazione se fosse guidata da una personalità che ha fatto dell’uscita dall’euro e del ritorno alle frontiere nazionali (fisiche ed economiche) il fulcro del proprio programma elettorale.
E’ utile comprendere cause, ritardi, ostacoli che hanno portato a questa situazione. Non per elaborare soluzioni miracolistiche che non esistono o arricchire di altre voci il dibattito su cui si misurano da tempo esperti, economisti, leader politici di varia tendenza e nazionalità, i quali spesso finiscono per affermare un punto di vista nazionale, anziché una visione d’assieme. Comprendere l’insieme delle cause serve a ritrovare una prospettiva comune, popolare, accessibile, condivisa.

Occorre rimuovere il principale ostacolo che consiste nella scarsa consapevolezza della posta in gioco che si avverte nelle opinioni pubbliche, nelle classi dirigenti dei singoli Paesi, nelle nuove generazioni, in circoli economici e in correnti culturali ed editoriali in cui cominciano ad avere successo le tesi del “bene” comune nazionale contrapposto a un destino sovranazionale. Sono rare le voci in controtendenza per denunciare i pericoli che stiamo correndo.
E non incidono, non seducono, in quanto sembrano ripetere un leit-motiv che è poi il riflesso del pensiero dominante nei circoli europei: non c’è alternativa all’Europa, l’Unione ha garantito settant’anni di pace, siamo più ricchi con la moneta unica, e via di questo passo. Tutto vero, naturalmente. Ma non sufficiente a provocare una scossa.

Per valutare il divario fra messaggio ufficiale e sensibilità popolare, basta citare un’intervista di Jean Claude Juncker al francese Figaro all’indomani delle elezioni greche per rispondere all’eventuale richiesta di moratorio del debito: “L’Europa si fonda su una dottrina, su accordi, su una giurisprudenza”. Punto a capo. Peccato che quando è convenuto cambiarli, gli accordi, ciò sia stato fatto. Peccato che proprio Juncker abbia governato e rappresentato un Paese, che non ha certamente fatto la storia di un’Europa coesa, solidale, integrata e che ha soprattutto pensato a curare i propri interessi bancari, finanziari, fiscali.

Il baratro è culturale, prima ancora che politico. E rimanda al drammatico ritardo delle classi dirigenti e delle opinioni pubbliche nazionali nel comprendere la dimensione e i contenuti della sfida planetaria che l’Europa sta perdendo : sfida demografica, sfida tecnologica, sfida anche morale, nel senso che altri popoli, altre potenze, altre Nazioni emergenti hanno più determinazione, più coesione, forse anche più fame dei popoli e dei Paesi europei. I cittadini degli Stati europei erano il 20 per cento della popolazione mondiale all’inizio del Novecento, oggi poco più del 7 per cento. Percentuale che scenderà al 4 per cento fra meno di un secolo. Entro trent’anni nessun Paese europeo potrebbe più far parte del G7 e avere grande voce in capitolo sulla scena internazionale.

E’ questa nuova consapevolezza che potrebbe farci andare oltre la più grave crisi economica e finanziaria degli ultimi anni e che è molto più decisiva delle diatribe sui bilanci degli Stati, dell’antagonismo fra Paesi “virtuosi” e Paesi “lassisti”, del ritornello sulle riforme strutturali: da tutti indicate come necessarie, ma periodicamente connesse a scadenze elettorali e quindi al consenso. Consenso che può essere più o meno ampio, come nel caso di Angela Merkel, ma che resta comunque condizionato dalla volubilità dell’elettorato, dall’allentamento dei tradizionali legami fra cittadini e partiti politici, dal moltiplicarsi dell’offerta politica, dal ruolo non adeguato dell’informazione, dal prevalere nelle circostanze più varie, di fattori emotivi e messaggi propagandistici che hanno inevitabilmente più presa sulla “grigia” quotidianità delle cose possibili.

Come antidoto al populismo distruttivo, non è più sufficiente raccontare ai giovani che l’Europa è il migliore dei mondi possibili, essendo sorto dalle macerie di due guerre e dalla pace fra Francia e Germania. Non è più accettabile sentire dire che il nostro welfare, in cui sono cresciute almeno due generazioni, oggi è incompatibile con la competitività internazionale e la globalizzazione economica. Ed è umiliante constatare che i sacrifici, gli aumenti delle tasse, i risanamenti dei bilanci pubblici non garantiscano più il welfare e non abbiano riportato crescita, benessere, occupazione, certezze sul futuro.
I dati economici, dal 2008 in poi, sono peggiorati. Paesi come la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Italia hanno perso decine di punti di Pil in pochi anni. La disoccupazione è cresciuta. Di fatto si è dovuto ammettere che l’Europa è entrata, salvo eccezioni, in recessione tecnica. I prezzi sono continuati a scendere, parallelamente alla perdita di potere d’acquisto di ampie masse di consumatori. I debiti sono aumentati in un circolo vizioso di prestiti, spread oscillanti e pagamento d’interessi.

Questo dimostrerebbe non solo che le cure erano probabilmente sbagliate ma anche – il che è più grave – che non erano adatte al particolare tipo di paziente. L’aspirina può essere un buon rimedio per il raffreddore, ma difficilmente il raffreddato guarirà in una casa senza riscaldamento o continuando a non coprirsi. E’ probabile che da un aereo in panne sia consigliabile gettarsi nel vuoto, ma possibilmente con un paracadute. Non c’è bisogno di raffinate menti di economisti per comprendere che sono le basi stesse del sistema chiamato Europa che non possono reggere l’urto di crisi così pesanti e probabilmente ricorrenti e che quindi vanificano sia le cure sia i sacrifici. Né d’altra parte si può trascurare il fatto che il sistema Usa abbiamo superato la crisi e abbia ritrovato crescita e occupazione.

Se non si vuole concludere che gli americani sono più intelligenti e più preparati degli europei, occorre riflettere sulle differenze di funzionamento, sulla capacità d’innovazione, sulla coesione nazionale, sul ruolo della Federal Reserve. In questi ultimi due anni, sfidando veti e ostacoli di ogni genere, Mario Draghi ha sostanzialmente comperato tempo, non avendo né i poteri né il consenso per avviare strategie più incisive e più risolutive. Non è pensabile risanare i bilanci degli Stati, rilanciare la crescita, recuperare competitività delle imprese, imporre sacrifici, tagliare rendite e posizioni di privilegio senza modificare appunto le basi del sistema che non potrà che riprodurre in questo modo che squilibri e debito.
Questo non significa soltanto dovere riflettere su ruolo e poteri della Banca centrale. Occorre riequilibrare le condizioni di sviluppo e di reddito degli Stati che adottano la stessa moneta. Occorre pensare l’Europa in senso federale, quindi con meccanismi di sussidiarietà ben più incisivi dei sussidi alle regioni depresse. Occorre un forte rilancio della domanda interna dei singoli Paesi e all’interno dell’Unione, con una decisiva correzione di rotta delle tendenze attuali : la competitività è funzionale alle esportazioni e, per quanto riguarda in particolare la Germania, la competitività è funzionale anche alle esportazioni nel resto dei Paesi dell’Unione. Un’eventuale fine dell’euro e comunque un ritorno a forme di protezionismo nazionali sarebbe mortale per l’economia tedesca.
Occorre, in estrema sintesi, proporre un modello nuovo, seducente e al tempo stesso basato su prospettive reali di lavoro, di crescita, di soddisfazione personale e collettiva. Non è banale ricordare che negli Stati Uniti la ricerca della felicità è considerata una sorta di diritto dell’individuo, al pari dei diritti universali. Così come non è superfluo ricordare, secondo la filosofia greca (ma anche secondo il pensiero di tanti padri nobili), che la speranza è un formidabile fattore di cambiamento. A condizione che il progetto, per quanto ambizioso, fantastico, complicato, sia credibile e convincente. E che le analisi della situazione che si vuole affrontare siano corrette e condivise.

L’Europa è questione di narrazione. Fra le due narrazioni predominanti e opposte (irresponsabilità contro rigore) dovrebbe emergere una terza narrazione che non può essere una mediazione tecnica o ideologica fra le due – come sembra profilarsi oggi con il piano Juncker, con l’QE della Bce e con qualche concessione imposta dall’esito delle elezioni americane – bensì rappresentare una discontinuità forte, un salto a piedi uniti nel futuro. Prima che – anziché nel futuro – si precipiti nel baratro, occorre concludere che il modello istituzionale, fiscale ed economico, così come è oggi, non può funzionare a prescindere dai correttivi che venissero introdotti sotto la spinta dell’emergenza e sempre sull’altare di compromessi al ribasso.

La nuova narrazione deve nascere dalla consapevolezza del baratro. E soltanto un cieco oggi non vede che, sullo scenario della crisi finanziaria di questi anni, si sono inserite tre eccezionali minacce in qualche modo collegabili – che rischiano non solo di aggravare la crisi stessa, ma addirittura di far precipitare in modo irreversibile tutto l’impianto istituzionale e politico della “casa europea”. Questo non significa rischio di uscite più o meno pilotate dalla moneta unica, eventualità remota che sembra più oggetto di dibattiti e speculazioni in politichese, bensì rischio di disgregazione politica, venendo a mancare le basi stesse di una “governance” continentale, sostituita da un sostanziale rafforzamento delle prerogative degli Stati nazionali riguardo a frontiere, fiscalità, spesa pubblica.

Le “tre bombe a orologeria” sull’Europa di oggi

Gli attentati di Bruxelles e Parigi, con l’ondata di emozione che ne è seguita, hanno aggravato in modo drammatico alcune delle problematiche al centro del processo europeo : integrazione delle diverse comunità religiose, rapporto con i Paesi arabi e in particolare con il Maghreb, principio della libera circolazione di uomini e mezzi e applicazione/revisione del trattato di Schengen. La strumentalizzazione politica della vicenda ha ovviamente prodotto una miscela di pregiudizi e luoghi comuni che tende a confondere immigrazione, clandestinità, criminalità, terrorismo, religione musulmana.

La seconda “bomba” è la tensione militare alle porte dell’Europa, dal Medio Oriente all’’Ucraina, con conseguenze a cascata non solo sull’Europa, ma anche sulla Nato e sugli equilibri continentali. Oggi sempre di rivedere il film della ex Yugoslavia : un groviglio di interessi, diritti, attese che sembra un convoglio lanciato a tutta velocità senza direzione e senza conducente. La prospettiva è che tutto posso soltanto peggiorare in un contorno di impotenza e rassegnazione. E proprio come al tempo della Yugoslavia, l’Europa è spettatrice o attore di seconda fila di guerre civili ai suoi confini.

Tutti sanno che le sanzioni non piegheranno l’ostinazione di Putin, ma soprattutto non serviranno a ottenere dalla Russia la rinuncia a difendere i propri interessi strategici. D’altra parte, non è pensabile un allargamento della Nato ai confini dell’Ucraina.

La questione ucraina e la crisi siriana hanno messo in drammatica evidenza l’inconsistenza di una politica estera comune. Inconsistenza aggravata da disaccordi e peggio ancora accordi sottobanco in materia di sanzioni. Fra i “duri” polacchi e i “morbidi” italiani c’è un’infinita gamma di interessi nazionali che pesano sulla coesione delle capitali europee e sulla stessa applicazione delle sanzioni. Al tempo stesso, c’è ambivalenza nei confronti del secondo ex impero riemergente, la Turchia.

Fino ad oggi hanno avuto l’effetto di mettere in ginocchio l’economia russa e rafforzare nell’opinione pubblica sentimenti nazionalisti e antioccidentali, senza incidere negli atteggiamenti di Putin e dell’oligarchia al potere. Un dato oggettivo è che una Russia isolata e umiliata non conviene a nessuno : né al dialogo internazionale, né agli interessi della maggior parte dei Paesi europei.

L’immigrazione, la terza bomba, riassume e comprende tutte le altre, poiché ha già messo a nudo l’estrema difficoltà dell’Europa di trovare soluzioni comuni ed efficaci.

Il dato più rivelante, rispetto alle questioni europee, è che questi fenomeni rafforzano in modo esponenziale il consenso a partiti populisti, xenofobi e soprattutto anti europei. E siccome siamo in regimi di democrazia, i processi elettorali e le scelte politiche dei governi risentono in modo evidente della crescita di questi movimenti. Al di là dell’armamentario propagandistico, talvolta inquietante, essi pongono però un problema che non è più possibile eludere: i ceti popolari e i ceti medi, colpiti dalla crisi, tendono a voltare le spalle ai partiti europeisti di centro sinistra e di centro destra, sostanzialmente percepiti come espressione della classe dirigente che ha imposto una politica di sacrifici rivelatasi persino controproducente e lontana dagli obiettivi prefissati (visto che il debito degli Stati è aumentato) e al tempo stesso come espressione socioculturale che in nome del “politicamente corretto” non vuole vedere né ascoltare chi paga il prezzo più alto dell’immigrazione incontrollata, dell’insicurezza delle periferie, della caduta del potere d’acquisto, della pressione fiscale : ovvero i poveri e le classi medio basse.

Il fenomeno drammatico di questi ultimi anni, al centro dell’analisi dei politologi di professione, è l’attenuazione delle storiche differenze fra destra e sinistra – o meglio fra partiti di centro-destra e partiti di centro-sinistra – e l’affermarsi di un’offerta politica nuova, a volte indecifrabile, non sempre collocabile a destra o a sinistra dei parlamenti, che ha come tratti comuni la contestazione delle élites al governo e l’opposizione ai partiti tradizionali, bollati come “vecchi”, “corrotti”, “lontani dalla gente”.
E’ il caso spagnolo di “Podemos” o del Movimento 5 stelle in Italia. Ma spesso si può constare che altri movimenti, più chiaramente definiti – dal Fronte nazionale francese alla Lega Lombarda, da Syriza all’Alternative fur Deutschland – per quanto molto distanti sul piano ideologico e culturale – finiscono per trovarsi dalla stessa parte quando si tratta di contestare l’assetto attuale dell’Europa. E non potrebbe essere diversamente, essendo molto simile, da Paese a Paese, il loro bacino elettorale : ceti popolari, ceti medi decaduti, artigiani, piccoli imprenditori, giovani disoccupati. Fra essi, anche intellettuali ed economisti convertitisi all’idea che l’Europa di oggi e la moneta unica siano una costruzione concepita da potentati finanziari e gestita da una tecnologia non legittimata dal consenso elettorale.

Queste che abbiamo chiamato “bombe” potrebbero non esplodere fino alle estreme. Al contrario, potrebbero offrire, per vie tortuose e paradossali, l’opportunità di ripensare tutto il sistema e di imboccare la strada della rinascita.

La prima condizione è la presa di coscienza della posta in gioco e quindi la ridefinizione complessiva del progetto.

La seconda rimanda al ruolo, alle politiche, alle posizioni e agli interessi della Germania, motore di tutto, croce e delizia a seconda dei punti di vista, condizione necessaria all’Europa, ma non sufficiente.

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