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venerdì 20 Settembre 2019

Perché la ‘tv leggera’ produce certa spazzatura

NON SOLTANTO PEREGO. Problema dell’intrattenimento leggero in Rai e non solo. La ‘pancia molle’ della vecchia televisione. Milioni di euro di pubblicità, ‘accompagnati da stimoli verso sentimenti, convinzioni, abitudini mentali, paure, e anche propensioni al voto di parti rilevanti della popolazione, soprattutto donne, anziani e persone meno colte’.
Chi fa quella Tv? ‘Giornalisti trasformati in autori (per guadagnare di più), programmisti che fanno i giornalisti e non vengono riconosciuti (per pagarli di meno). Autori senza un codice etico, il decadimento delle capacità di controllo delle gerarchie aziendali, e del conseguente aumento del potere esterno, soprattutto agenti e case di produzione’.
Andrea Melodia da leggere.

Mi limiterò ai commenti, perché la vicenda dovrebbe essere nota a tutti: il sabato pomeriggio di Raiuno dedicato alla accoglienza delle “donne dell’est” nei talami italiani, e l’immediata chiusura del programma Parliamone sabato decisa dal vertice RAI.
Diciamo intanto che si tratta di intrattenimento e di daytime, cioè della grande pancia molle della “vecchia” televisione, quella che i critici – e i laureati – solitamente non guardano, sostituiti abbondantemente dagli investitori pubblicitari, soprattutto per i beni di largo consumo.
Siamo davanti quindi a una realtà nella quale girano milioni di euro, accompagnati da grandi movimenti di stimolo verso sentimenti, convinzioni, abitudini mentali, paure, e anche propensioni al voto di parti rilevanti della popolazione, soprattutto donne, anziani e persone meno colte.

 

Estremizzando possiamo dire che in questa tipologia di programmi e in queste fasce di ascolto la tensione di servizio pubblico dovrebbe essere ai massimi livelli. Così non è. Per molte ragioni.
La prima è strutturale. Gli interessi economici e la miopia dei regolatori vorrebbero che in questi generi televisivi la libera concorrenza e il mercato fossero padroni. La “divisione contabile” tra ciò che è servizio pubblico, pagato dal canone, e le attività commerciali potrebbe portare a togliere ogni etichetta pubblica a questo genere di trasmissioni.
È dunque essenziale, se la divisione contabile non fosse evitabile, che il suo confine sia ristretto e definito in modo da escludere un genere televisivo, l’intrattenimento, senza il quale il servizio pubblico diverrebbe una sorta di facoltà universitaria.

La seconda causa è giuslavoristica. In RAI, e in Italia in generale, programmisti/autori/presentatori e giornalisti difficilmente possono lavorare fianco a fianco, perché inquinano le rispettive figure contrattuali. Ci si aspetta che gli autori inventino storie, i giornalisti raccontino quelle reali. Ma la distinzione non regge nei media contemporanei.
Così troviamo giornalisti trasformati in autori (per guadagnare di più), programmisti che fanno i giornalisti e non vengono riconosciuti (per pagarli di meno), autori e presentatori che fanno i giornalisti anche senza esserlo, e comunque liberi da obblighi deontologici. Essendo fallito (ovviamente e giustamente) ogni tentativo della casta giornalistica di imporre i propri statuti, appannati ma non per questo inutili, quali strumenti restano per ottenere etica professionale in questi programmi?

Il problema è presente da sempre nella televisione pubblica, e non è mai stato affrontato con lungimiranza. Certo dove la presenza dei giornalisti si avverte di più, in trasmissioni come Uno mattina che è in coproduzione rete/testata, è impensabile si giunga a aberrazioni come quella di Parliamone sabato.
Cosa aspetta la RAI a varare un codice etico specifico per gli autori dei suoi programmi?
È davvero impossibile trovare una soluzione tecnica che consenta: a) di far lavorare i propri giornalisti anche nei programmi “di rete”; b) di impiegare programmisti, autori e produttori nei programmi “di testata”; c) con l’obbiettivo finale e lontano di riempire il fossato tra i due mondi?
La terza causa è tutta interna alla RAI e agli errori di almeno gli ultimi due decenni. Si tratta del decadimento delle capacità di controllo della gerarchia aziendale, e del conseguente aumento del potere esterno, soprattutto agenti e case di produzione.

Dalle cronache apparse sulla stampa a proposito del rovinoso scivolone di Parliamone sabato non si è capito subito se le responsabilità di quanto successo siano di Paola Perego, del marito di lei Lucio Presta che tra gli agenti è considerato molto potente – ed è stato lui a intervenire a difesa della trasmissione: come marito o come agente? – del capo staff degli autori del programma, che dovrebbe essere lo stesso de La vita in diretta Gregorio Paolini, oppure della dirigente di Raiuno che dovrebbe essere responsabile del programma come di tutto il daytime di Raiuno, Raffaella Santilli, o del direttore di rete Andrea Fabiano.
Ovvero: i responsabili sono tutti o nessuno. Però dobbiamo credere al DG Campo Dall’Orto che dice di avere ricostruito la catena delle responsabilità individuando quella della Santilli, dirottata a altro incarico. Ma anche ammettendo che Fabiano fosse all’oscuro di tutto, resta il fatto che la scelta sciagurata è stata condivisa da molti.

Perché tutto questo? Intanto, per la storica incapacità aziendale di gestire le figure professionali creative, dalle quali devono emergere i dirigenti dei programmi, in una logica di servizio pubblico. Di conseguenza troviamo la RAI piena di dirigenti e autori che vengono dalla concorrenza commerciale (e da questo punto di vista il tetto agli stipendi è una bella stangata).
Di certo la specifica difficoltà ad affrontare politiche di personale per quelle tipologie in cui la valutazione qualitativa prescinde molto da criteri inoppugnabili, deriva anche dalla perversa e diffusa disponibilità ad accettare pressioni esterne (politiche, molto spesso). Se temo che a me o ad altri manchi la forza per fare buone scelte in autonomia, mi illudo di limitare il danno riducendo al massimo la possibilità di percorsi autonomi di selezione della qualità. È quanto hanno fatto per anni molti responsabili del personale RAI, magari convinti di difendere così l’azienda ma condannandola di fatto alla incompetenza.

Nella situazione di emergenza odierna agenti e case di produzione hanno organizzato i propri team creativi per sostituire le carenze aziendali. Il meccanismo dei format internazionali di intrattenimento ha fatto il resto, costringendo ad accettare o respingere in blocco situazioni di totale espropriazione di ogni controllo.
Contro il mercato e le competenze esterne non si devono costruire barriere corporative, ma va garantita la capacità aziendale di scegliere e controllare, in modo che resti salda la prospettiva di servizio al pubblico.
Come ricostruire? Per prima cosa ripartendo dal basso, con processi di selezione e formazione del personale creativo, sempre in ottica di servizio al pubblico.

Dall’alto, ricostruendo le filiere delle responsabilità gerarchiche con criteri di snellezza e di concentramento, cioè attribuendo responsabilità per generi di produzione, fuori dalle direzioni di rete che devono concentrarsi sull’editing di palinsesto.
Ogni presentatore, ogni giornalista in video, ogni capo di redazione, nel servizio pubblico, deve agire con il controllo, e il sostegno, di un dirigente responsabile, che non si metta in mostra ma sia chiaramente identificabile, e che segua costantemente il suo lavoro, a salvaguardia sua e soprattutto del pubblico. E la missione, che non è commerciale, deve essere condivisa tra tutti.
Non dovrebbe essere impossibile trovare persone motivate, magari qualcuno va scovato in una delle troppe testate RAI…

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