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mercoledì 23 Ottobre 2019

Srebrenica vergogna anche olandese

Il peggior massacro di civili in Europa, dalla seconda guerra mondiale. 8mila maschi musulmani inermi trucidati dagli scherani delle formazioni serbo bosniache del generale Mladic e del capopopolo Karadzic. I loro corpi nascosti in fosse comuni.
Orrore abbastanza noto, tornato alla luce per le polemiche del turco Erdogan nei confronti dell’Olanda. Remocontro già ne ha scritto.
Oggi l’attenzione di Giovanni Punzo agli accertamenti giudiziari condotti proprio sulle responsabilità dei caschi blu olandesi a Srebrenica che non si opposero al massacro.

Fin dalle prime notizie divulgate dalla stampa internazionale, la strage di Srebrenica – il più grande massacro di civili avvenuto in Europa dal 1945 – apparve in tutta la sua mostruosa enormità. In un clima convulso per critiche e denunce da ogni parte, fu anche subito chiaro a tutti che per accertare la verità non sarebbe stato sufficiente limitarsi a cercarla solo nella città bosniaca, ma si sarebbe dovuto indagare anche nelle cancellerie delle nazioni implicate e in quelle delle organizzazioni internazionali.
Fra i primi a levare un’accusa infuocata contro l’intreccio di colpe ed omissioni vi fu il reis-ul-ulema di Sarajevo, Mustafa Ceric, che accusò senza mezze misure il mondo cristiano e occidentale, complice in un atto deliberato contro i musulmani di Bosnia.
Una prima reazione a queste veementi argomentazioni venne allora dal papa,che condannò senza appello l’accaduto come una delle pagine più tragiche della storia d’Europa e soprattutto come «un crimine contro l’umanità».
Il 10 agosto 1995, nel corso di una riunione del consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, pressappoco a un mese dai fatti e con una tempestività mai vista in altre situazioni relative alla guerra nei Balcani, ci fu la prima conferma ufficiale basata su immagini riprese da satelliti.

Il paese europeo dove maggiori furono le reazioni fu per ovvi motivi l’Olanda: olandese era infatti il reparto di Unprofor (United Nations Protection Force) schierato a protezione dell’enclave, che sin dall’inizio fu accusato di non aver sparato un colpo e in seguito di aver addirittura collaborato nella individuazione di uomini sfuggiti in un primo tempo alla cattura.
Oltre a questi comportamenti già gravi in se, l’aspetto peggiore fu il silenzio del governo dopo la denuncia del massacro e la mancanza di dichiarazioni per lungo tempo. Su questo sfondo agitato si concluse anche un dibattito parlamentare alla camera bassa olandese, per cui prima di parlare di un’inchiesta si dovette attendere l’estate del 1996.
Solo allora il governo decise di condurre un’inchiesta affidandola ad un
istituto di ricerche storiche (Nederland Instituut voor Oorlogsdokumentatie, Istituto Olandese di documentazione sulla guerra), incaricato di chiarire i fatti «prima, durante e dopo la caduta di Srebrenica»: tale decisione fu approvata dal parlamento, ma, nel corso del dibattito, la minoranza si espresse a favore di un inchiesta condotta direttamente dai parlamentari.

Il mandato alla NIOD fu tuttavia assoggettato ad alcune linee guida per la
conduzione dell’indagine: se da una parte si esortavano caldamente tutti i
funzionari pubblici olandesi alla massima collaborazione durante le interviste con i ricercatori, dall’altra, invocando la tutela della privacy, la copertura delle fonti e l’interesse della sicurezza nazionale, si ponevano dei limiti alla ricerca della verità. Nel corso dei lavori – che durarono cinque anni – fu più volte denunciata la presenza più o meno visibile degli apparati di sicurezza olandesi, come nel caso dei documenti che, nelle ore notturne, erano custoditi in un appartamento del centro di Amsterdam che risultava essere una sede di copertura dei servizi stessi.
Tra ingenuità e malizie, il lavoro prodotto fu comunque enorme: compresi gli allegati furono raccolti seimila documenti che avrebbero dato vita a un rapporto finale di oltre tremila pagine suddiviso in quattro parti, le ultime due delle quali dedicate alle tragiche giornate del luglio 1995.

Nonostante cavillose precisazioni nel linguaggio usato per la stesura (ad
esempio nella denominazione dei diversi gruppi etnici coinvolti) e la massima cautela nel definire esplicitamente taluni comportamenti come criminosi, le conclusioni stabilirono che i soldati olandesi erano stati ‘collaboratori involontari’ di un’azione di pulizia etnica.
Particolarmente dure furono le prese di posizione nei confronti del governo olandese e delle Nazioni Unite: «Le considerazioni umanitarie e le ambizioni politiche hanno spinto i Paesi Bassi ad impegnarsi in una missione di pace alla base della quale vi era stata poca riflessione e che era, per le condizioni sul campo, praticamente irrealizzabile». Si osservò infatti che il governo olandese, seppure al corrente, non aveva impartito gli ordini per evitare la strage.
Né mancarono pesanti rilievi sull’operato di altre nazioni europee (la Francia) impegnate nella stessa operazione di peace-keeping. La pubblicazione dei risultati portò alle dimissioni di Wim Kok, primo ministro olandese in carica nel 2002, e all’apertura di un’inchiesta parlamentare francese per stabilire quale fosse stato il comportamento dei suoi reparti militari nelle stesse circostanze.

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