sabato 20 luglio 2019

Olanda, il voto arrabbiato del populismo benestante

Olanda al voto tra Erdogan e Wilders, primo test sul futuro dell’Europa. La crisi con la Turchia premierà il primo ministro liberale Mark Rutte che ha tenuto testa ad Ankara o rilancerà il leader xenofobo e populista Geert Wilders?
Perché è così importante il voto in Olanda, Paese pesa politicamente ed economicamente poco? La vittoria degli antieuropeisti sarebbe un allarme per la stabilità delle fondamenta comunitarie.
Aspettando le presidenziali francesi e le politiche tedesche

Domanda chiave, perché i cittadini olandesi che certo in Europa non sono quelli che se la passano peggio, sono così arrabbiati da sostenere una fascistello ossigenato e isterico come Geert Wilders? C’è una logica politica nella rabbia populista che sta facendo arretrare il mondo, dagli Stati Uniti trumpeggianti a questa Olanda da crociata calvinista anti islam, alla Francia nero Le Pen che ci minaccia a primavera?
La cronaca ci dice che gli olandesi sono arrabbiati e decisamente confusi.

Il presidente turco Erdogan ha definito gli olandesi nazisti, razzisti e islamofobi, arrivando a riesumare il massacro dei musulmani di Srebrenica a cui assistette inerme il contingente “orange” dei caschi blu. Come risponderanno gli elettori olandesi a simili argomentazioni?
Premiando l’ultradestra populista di Geert Wilders, facendo così il gioco di Erdogan, o votando il Partito liberale del premier Mark Rutte, che alle forzature turche ha risposto con una fermezza, ma anche con europeista misura?

La partita elettorale è molto aperta in un Paese, l’Olanda, che conta su un 5% della popolazione di fede musulmana su 17 milioni di abitanti. Dove il 60% dei 12,9 milioni di potenziali elettori si è detto ancora indeciso: se votare e per chi votare.
E dove il quadro politico è estremamente frammentato – ventotto partiti e liste sulla scheda -, favorito dal sistema elettorale proporzionale che consente alle formazioni che ottengono lo 0,67% di voti di ottenere un seggio in Parlamento.

Geert Wilders

Perché tanta rabbia olandese?

La prima stranezza è che in Olanda la libertà di scegliere non è strangolata dalla crisi, eppure c’è il rischio che sia il voto di pancia a prevalere su quello di testa. Il Paese resta un’economia da tripla A, la 17esima del mondo, la decima per reddito pro capite, la quinta della zona euro, con un tasso di disoccupazione di appena il 5,4%. Fantastiland, pensando alle cose italiane.
E allora perché gli elettori sono così arrabbiati? Se lo chiedono anche Giulia Belardelli, Giuseppe Colombo, sull’Huffington Post.

Gli olandesi sono in media più ricchi e più felici della maggior parte degli europei, è la premessa. E non sono invasi da orde di migranti arabo islamici. Ufficio di statistica: “Una tendenza in calo già nel 2016 che ora continua. Meno richieste di ricongiungimento familiare, e meno persone che chiedono asilo per la prima volta”. Ma allora, perché un elettorato così arrabbiato? I sondaggi prevedono buoni risultati per il partito del leader xenofobo e anti-islam Wilders, sostenitore dell’uscita dell’Olanda dall’Unione europea.

L’Economist ha recentemente titolato, “Who’s Nexit?”. Perché andarcene visto che in Olanda l’economia sta andando alla grande? Perché così inquieti? Nel 2016 il Pil dell’Olanda è cresciuto del 2%, il migliore dell’eurozona. Meglio della Germania. Disoccupazione scesa al 6%, rispetto al 10% dell’euro zona. Oggi in Olanda lavorano più persone che nel 2007, quando la crisi iniziò ad abbattersi sull’Europa. Le famiglie sono tornate a spendere, grazie alla ripresa del mercato immobiliare e all’aumento dei salari. Le casse dello Stato prosperano: pareggio col rischio surplus. Fantascienza.

E torniamo al quesito, al dubbio di partenza. Se l’economia va così bene e il livello di “benessere soggettivo” è alto, perché gli olandesi sono così arrabbiati? L’attuale benessere è arrivato dopo un decennio di lacrime e sangue. Sacrifici di ieri e conto politico da saldare oggi. Il capitolo più spinoso è quello delle pensioni. Dal primo gennaio di quest’anno gli olandesi potranno andare in pensione solo a 65 anni e 9 mesi e l’età pensionabile salirà progressivamente fino ad arrivare a 67 anni nel 2021. Noi Italia, con la legge Fornero li abbiamo battuti di un bel pezzo, purtroppo.

Ma l’economia olandese non corre soltanto per meriti suoi. Diciamo che usa svariate ‘ruffianerie’, modello quelle note vetrine lungo alcune strade tra i canali di Amsterdam ad offrirti tentazioni. La vetrina fiscale olandese sono le ‘royalties’.
Le royalties in Olanda non sono tassate ed -esempio non a caso- i giganti della tecnologia, ma non solo, possono avvantaggiarsi in termini di profitti. Per capire: 80 tra le 100 aziende più grandi del mondo e quasi metà delle 500 compagnie della classifica di Fortune hanno una società di riferimento con sede ad Amsterdam.

Olanda esempio di globalizzazione, economia che corre, ma assieme alla rabbia e Geert Wilders e la sua crociata pro-Nexit continua a riscuotere consensi. Ancora dall’Huffington Post, gli scaricatori del porto di Rotterdam voteranno in massa Wilder non perché sono razzisti, ma perché temono di essere rimpiazzati dai robot e di andare in pensione sempre più tardi.
Inoltre, l’Olanda assieme a Belgio, Irlanda e Malta è tra i Paesi più esposti agli effetti della Brexit. Paura blu con la Gran Bretagna secondo mercato per le esportazioni olandesi. L’80% dei fiori importati dai britannici arriva dai Paesi Bassi. Mentre il pesce olandese viene pescato in mari britannici.

Paura del futuro nell’azzardo mercato globalizzato, sembra la risposta alla domanda di partenza. La rabbia Wilder con marcature xenofobe, figlia della paura per la memoria dei sacrifici di ieri e per l’incertezza dei benefici di oggi. Regressione politica passeggera, dicono gli analisti, ma intanto.. Secondo l’Agenzia di analisi economica, una “hard Brexit”, costerebbe all’economia olandese tra l’1,2 e il 2% del Pil entro il 2030. Mentre dall’America isolazionista di Trump dipendono il 3,4% del Pil olandese e 300mila posti di lavoro.
Nexit senza senso: «Siamo il secondo Paese al mondo in fatto di esportazioni di prodotti agricoli. Senza il libero scambio affogheremmo nel latte e nel formaggio».

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