• 19 Febbraio 2020

Trump nella nebbia: giravolte per incapacità o furberia?

Sulla politica estera di Donald Trump esistono, almeno per ora, due scuole di pensiero. E scrivo “per ora” dal momento che nessuno ha davvero capito quali saranno i sentieri che il tycoon percorrerà nel prossimo futuro per affrontare il problema dei rapporti Usa-resto del mondo.
La prima scuola la mette giù semplice. Il neopresidente è un tipo bizzarro e imprevedibile, per di più piuttosto digiuno di politica estera, e tende a inserire anche questo campo d’azione in quello che lui stesso predilige: business e affari. Ne consegue che tutti dovremmo nutrire timori assai giustificati circa il futuro.
Qualcuno scomoda addirittura il capolavoro di Stanley Kubrick del 1964 “Il dottor Stranamore. Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba”. E identifica Trump con il personaggio magistralmente interpretato da Peter Sellers, oppure con il comandante del B-52 penetrato nello spazio aereo sovietico, che non esita a lanciarsi sull’odiata Russia cavalcando l’ordigno nucleare e sventolando il cappello da cowboy.

La seconda scuola di pensiero è meno semplicistica. Chi s’identifica con essa nota innanzitutto che, a dispetto di una certa confusione perdurante, il tycoon sembra comunque aver individuato i punti critici collocati, manco a farlo apposta, in Asia. La Corea del Nord e l’Iran, dove l’approccio morbido di Obama ha fallito, e la Cina, con la quale il contenzioso è tanto geopolitico quanto economico-commerciale.
Per quanto riguarda Pyongyang, si è ormai capito che la Cina non può fare più di tanto finché nel “regno eremita” sarà al potere la dinastia dei Kim, il cui ultimo rappresentante ha fatto eliminare fisicamente zio e fratellastro entrambi sospettati di essere vicini a Pechino. Né quest’ultima pare intenzionata a spingere il dissidio sino in fondo, poiché malgrado tutto i nordcoreani risultano strategicamente “utili” in quell’area.

Pure con l’Iran, blandito dalla precedente amministrazione democratica, l’approccio è stato assai ruvido. In entrambi i casi il neopresidente ha fornito segnali rassicuranti ai tradizionali alleati, Giappone, Corea del Sud e Arabia Saudita (nonostante gli attacchi rivolti ai sauditi durante la campagna elettorale).
Altra novità rispetto a Obama, novità del resto prevedibile. Trump e il suo staff non escludono mai l’opzione militare e sono disposti a impegnare la forza ove sia necessario, correndo ovviamente tutti i rischi del caso giacché Nord Corea e Iran sono Stati armati sino ai denti. Sembra di capire che il neopresidente giudica necessario, per una superpotenza come gli Usa, correre rischi di quel tipo per scoraggiare l’aggressività avversaria.

Non si è davvero capito, invece, come intenda comportarsi realmente con la Cina, Paese che ha ben altre dimensioni e risorse. In questo caso Trump sembra aver assunto una posizione di standby, aspettando di vedere come si muoverà la leadership di Pechino nel caso in cui i rapporti Usa con iraniani e nordcoreani si avvicinassero sul serio al punto di rottura. Senza trascurare il tema caldo delle relazioni commerciali, sul quale il tycoon di New York ha molto insistito in campagna elettorale.

Inutile rammentare, infine, che pure sui rapporti con la Russia grava una fitta nebbia. Tanti scommettevano sull’idillio con Putin ma, per ora, abbiamo solo un lieve miglioramento, né è dato capire se e quando verrà abbandonata la politica delle sanzioni tanto cara alla coppia Obama-Clinton e sostenuta – pur con parecchi tentennamenti – da un’Unione Europea sempre più incerta.
Mi preme notare, in conclusione, che probabilmente Trump è meno incerto di quanto appaia. E che, anzi, voglia dare proprio un’impressione di incertezza per avere le mani libere. Se è così ne vedremo delle belle come, del resto, era ampiamente previsto.

Michele Marsonet

Michele Marsonet

Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell'Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane.

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