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sabato 7 Dicembre 2019

Quando volare diventa simbolo di potere

Polemiche di questi giorni sui Voli di Stato, quelli necessari e quelli da cancellare. Per associazione di idee, Giovanni Punzo oggi ci porta per aria con Dannunzio e Italo Balbo che di ‘Voli di Stato’ esibiti se ne intendevano. L’aviazione in camicia nera e Mussolini pilota che passava dalla trebbiatrice al ‘Caproni’, con esiti incerti. Nulla a che fare con gli ‘Assi’ delle nostra piccola ma gloriosa aviazione nelle due guerre mondiali, da Francesco Baracca ad Aldo Remondino. Più vicina a certe attuali e costose esibizioni di potere sui Jet di Stato.
(Nella foto, Mussolini scende dall’aereo di Stato a suo uso personale, ‘Tartaruga’ il suo nome)

«Un popolo di poeti di artisti di eroi … di navigatori e trasmigratori»: la frase scolpita sul palazzo dell’Eur la conosciamo tutti e la ricordiamo con divertita ironia, magari pensando a volte di aggiungere qualche altra categoria odierna a quelle del passato. I moderni navigatori, dopo le glorie di Colombo, di Vespucci od altri, con il tempo sono diventati gli aviatori e soprattutto i piloti. Prima che un volo aereo diventasse cosa assolutamente normale, come oggi più o meno accessibile a tutti, un secolo fa volare era invece cosa straordinaria riservata a pochissimi. Ancora più raro il caso di un poeta volante, eppure ci fu Gabriele D’Annunzio che – nel bene o nel male – è ricordato più spesso per questo che non per altre opere letterarie.

C’era la Grande Guerra e il poeta – la cui presenza al fronte non fu però sempre gradita a tutti in ugual misura – fu attivissimo dappertutto: ad onor del vero più di una volta si espose anche in situazioni di pericolo, ma anche svolgendo nello stesso momento un’intensa propaganda che molte male lingue dissero fosse per se stesso. L’occasione migliore, quella che gli offrì la maggiore fama, per lui fu volare, anche perché i cavalieri del cielo stavano diventando in quello stesso periodo figure molto popolari in tutti i paesi in guerra. Soprattutto – verrebbe da dire oggi, con il senno di poi – i richiami alla cavalleria, al cielo sconfinato e alle acrobazie aeree facevano dimenticare la dolorosa realtà di una guerra combattuta immobile nel fango delle trincee.

Francesco Baracca

Dopo aver lanciato manifestini su Trieste e Trento, il punto più alto della parabola dannunziana fu il volo su Vienna: un giorno di agosto del 1918 un’intera squadriglia decollata dai pressi di Padova raggiunse la capitale dell’impero e rientrò alla base in circa sette ore. Sul centro della città furono lanciati manifestini tricolori, ma non ci fu nessuna reazione della contraerea o dei caccia avversari. Anche gli abitanti di Vienna però non si trovavano in condizioni migliori dei soldati nelle trincee: in città non si sparava, ma ogni mattina all’alba cominciavano le code per la distribuzione del cibo e si calcola che nell’ultimo anno di guerra, tra i civili, siano morte ‘di fame’ circa ventimila persone.

Il mito del volo dopo la guerra crebbe e si radicò nell’immaginario, facendo dimenticare di nuovo le sofferenze passate. Volare divenne anzi sempre più popolare e il regime che dopo seguì in Italia lo trasformò in caratteristica di spicco di numerose personalità, nonché occasione per pubblicizzare alcune nuove industrie. Il primo fu certamente Italo Balbo, diventato maresciallo dell’aria e precipitato misteriosamente all’inizio della seconda guerra, ma anche Mussolini e il genero Galeazzo Ciano ebbero il brevetto di pilota. Ciano partì per l’Africa orientale e partecipò ad azioni di guerra bombardando gli etiopici e Mussolini pare abbia fatto sobbalzare Hitler quando una volta chiese di pilotare l’aereo sul quale viaggiavano. Ottenere un brevetto e pilotare un volo di stato allora sembrava una cosa naturale.

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