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giovedì 19 Settembre 2019

Quei 3 volontari italiani in Bosnia, ergastolo all’assassino

L’allora ‘Comandante Paraga’, Hanefija Prjic, cittadino bosniaco, è stato condannato all’ergastolo dal tribunale di Brescia. Il comandante paramilitare bosniaco, oggi 53enne era accusato di aver ordinato la strage di Gornji Vakuf, del 29 maggio 1993, quando vennero uccisi tre volontari italiani, Sergio Lana, Fabio Moreni e Giorgio Puletti che facevano parte di un convoglio umanitario insieme a Agostino Zanotti e Cristian Penocchio, i testimoni di oggi che riuscirono a scappare nei boschi e ad evitare la morte.

Un periodo terribile quel maggio del 1993 in Bosnia, dove tutte le bande armate possibili erano uscite dai rifugi invernali a fare guerra o a fare preda.
Più banditi che guerriglieri, gli uomini armati agli ordini di Hanfja Prijic, bosniaco musulmano col nome di battaglia di ‘Paraga’ che, confusione storico ideologica, era il nome di un combattente ustascia croato alleato dei nazisti nella guerra mondiale.
Banditi e assassini per sottrarre il carico di aiuti e prendersi la ‘Lada Niva’, i due mezzi su cui quei cinque italiani coraggiosi, volontari, attivisti e pacifisti stavano muovendosi.

Hanefija Prjic detto ‘Paraga’

I cinque vennero catturati lungo i percorsi sterrati che portavano a Sarajevo. Il ‘Sentiero di Ho Chi Min’, lo chiamavamo. Percorsi tracciati rozzamente tra le montagne per tenerti al riparto dai tiri di artiglieria della fazioni schierate attorno.
Nessuna granata o tiro di cecchino per quel gruppo di italiani che portavano un camion di aiuti umanitari alle cittadine di Zavidovici e Vitez, ma solo un gruppo di banditi.
Banditi feroci che portano i cinque in mezzo alle montagne, ad ovest di Sarajevo, all’altezza di Spalato, lontana sulla costa di casa. Poi l’ordine di uccidere, dato dal ‘Comandante Paraga’, riconosce oggi l’accusa.
Partono le prime raffiche di karashnikov, e due di loro, Agostino Zanotti e Christian Penocchio riescono a fuggire. Loro, da allora, occhio e memoria di verità per la resa dei conti con un assassinio che credeva certamente di poterla far franca dentro il caos crudele che fu il macello bosniaco.

Era dunque il 29 maggio 1993, a Gornji Vakuf, Bosnia, quando i volontari volontari, attivisti e pacifisti bresciani Guido Puletti e Sergio Lana e il cremonese Fabio Moreni furono uccisi dalle raffiche sparate da Sabahudin Prijic, «Dino», il cugino del neo ergastolano. Un assassino che rischia di farla franca per scarsa volontà di ricercarlo.

Tra combattenti bosniaci a destra con la barba, Guido Puletti

La cattura, l’estradizione, il processo
Prijic aveva già scontato 12 anni di carcere nel suo paese. Era stato condannato a 18 anni nel 2001, pena poi ridotta. Dopo essere tornato libero nel 2014, era stato arrestato dalla polizia tedesca a ottobre 2015 all’aeroporto di Dortmund in esecuzione di un mandato di cattura europeo spiccato dalla magistratura di Brescia. Dopo l’estradizione in Italia, nel febbraio 2016 è iniziato il processo.
‘Paraga’ ha sempre negato le sue responsabilità. C’era ma non uccise e non comandò di uccidere.
Decisive le testimonianze dei superstiti che hanno sempre sostenuto che «fu lui a dare gli ordini». E gli altri, tutti armati, altro non avrebbero fatto che eseguire l’ordine dell’allora capo.
A incastrarlo un filmato che consentì ai sopravvissuti di riconoscerlo: le immagini immortalavano Paraga con berretto verde e distintivo della mezzaluna, circondato da una trentina di miliziani armati di kalashnikov e accompagnato da una donna.
L’avvocato che ha difeso Paraga preannuncia battaglia legale: «Paraga è innocente, abbiamo dato i nomi di chi ha sparato. Faremo appello contro questa sentenza».
Presenti alla lettura della sentenza i genitori di Sergio Lana, una delle tre vittime, e Agostino Zanotti , sopravvissuto alla strage insieme a Christian Penocchio.
«L’uomo di allora meritava la sentenza di oggi. Una sentenza in nome del popolo italiano perché noi eravamo andati in Bosnia per esprimere l’aiuto e la solidarietà del popolo italiano».

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