domenica 26 maggio 2019

Libano, tra la guerra in Siria e le fazioni interne

Il Libano dove non sai se sono più le minacce esterne, o Siria o Israele, o quelle interne. Dove la costituzione prevede la conta dei voti ma anche delle appartenenze religiose e tribali, dove per eleggere il presidente della Repubblica ci metti anche due anni, un governo anche di più e il parlamento dura finché non cambia la legge elettorale su cui tutti litigano. Aldo Madia prova a spiegarci, ma non è facile. La sua analisi e l’allarme finale.
Con la memoria ai 2 milioni di profughi siriani che il piccolo Paese mediterraneo ospita e soccorre. Circa 6 volte quelli ospitati dalla Germania e 20 volte il numero di rifugiati in Italia.

Il Libano dei 2 milioni di profughi siriani
Il governo Hariri, formato da poco più di un mese, decide la ripresa degli studi per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio al largo delle sue coste, ambite anche dal sempre presente Israele, e potrebbero essere guai.
La visita diplomatica del presidente Aoun a Ryadh per ristabilire un dialogo con il re Salman e riavviare rapporti economici e diplomatici diventati difficili. Aoun, eletto con il sostegno di Hezb’Allah, si presenta nella penisola araba da vincitore, soprattutto dopo le sconfitte in Siria dei gruppi jihadisti legati ai sauditi ma a volte questo non ti avvantaggia.
Il premier Hariri, pupillo dell’Arabia Saudita, ha anche la doppia cittadinanza.
Capito il pasticcio?

Il neo-premier riesce a formare un governo di unità nazionale che sembra un ‘puzzle’. Hezb’Allah sciiti e sunniti filo sauditi, e cristiano maroniti di fazioni opposte. Unica forza rimasta fuori, il partito di estrema destra delle Falangi Libanesi. 5 nuovi ministeri a cercare equilibri e soddisfare appetiti, ma la partita decisiva e irrisolta è un’altra.
La spiega il segretario generale di Hezb’Allah, Naasrallah, in una intervista: «Per il Libano occorre cambiare la legge elettorale in modo che questa rispecchi la reale volontà popolare ed è necessario risolvere il problema della corruzione politica, dei servizi essenziali (acqua potabile, elettricità e smaltimento dei rifiuti) e della questione dei profughi siriani».

In politica interna difficile contestare questi contenuti. Peccato che in politica estera ognuno tiri il carro in direzione diversa: chi sostiene Assad e l’asse russo-iraniano e chi cerca di riaprire un colloquio con Arabia Saudita e Paesi del Golfo.
Per provare a capirci qualcosa in astrusità politiche difficili persino da raccontare, proviamo a vedere cosa è il Libano oggi.

Il Libano politico
1. In Libano sono presenti 17 minoranze religiose fra cristiani maroniti, drusi, sunniti e sciiti.
La legge elettorale ha sempre tenuto conto di questo elemento, garantendo una distribuzione dei seggi sulla base comunitaria in proporzione alle dimensioni delle stesse comunità in ciascun distretto elettorale.
2. In base alla legge, il presidente della repubblica appartiene ai cristiani maroniti mentre il premier alla componente sunnita. Questo compromesso ha consentito il raggiungimento di un equilibrio per diversi anni ma attualmente, dopo la formazione del nuovo governo, è sorta una disputa per cambiare la precedente legge elettorale, mal accettata da parti politiche e popolazione che chiedono un nuovo approccio alla vita politica.

Istituzioni in crisi
Parlamento eletto nel 2009, e da giugno in proroga a tempo indeterminato, in cerca di nuova legge elettorale che superi i vecchi ‘Accordi di Doha’, che tutti contestano ma per cui nessuno sembra disposto a mediare un accordo. E in Libano, quando la politica si arrende, parlano le armi.
Chi vuole modernizzare col proporzionale puro, chi insiste per quote di appartenenza per non scomparire o ha altri calcoli politici. In ballo gli Accordi di Ta’if che misero fine alla guerra civile libanese all’inizio degli anni ’90. Qualcuno vuol ‘far saltare il banco’ anche in Libano?
Se non proprio far saltare tutto, certamente alzare la posta della partita politico elettorale in corso. Posta in gioco la sopravvivenza stessa dello Stato libanese.
Il rifiuto del maggioritario per il proporzionale sembra andare contro gli interessi di Hezb’Allah e contro quelli del secondo partito sciita Amalh. In realtà si tratterebbe di una strategia a lungo termine mirata a fare di Hezb’Allah una succursale dell’Iran in Libano.

Confusione in casa, e sull’uscio peggio
Il coinvolgimento di Hezb’Allah nella guerra siriana, ha esposto il movimento in casa e fuori: la crescente e visibile tensione fra Russia e Iran sulla Siria ha messo in svantaggio il partito sciita, poiché la maggiore influenza di Mosca nella regione potrebbe erodere la sua posizione a livello locale.
Quando per Hezb’Allah verrà il momento di ritirarsi dalla scena siriana, la Russia andrà in cerca di partner di confessione sunnita per mettere a posto la situazione in Siria.
Il supporto di Hezb’Allah per una semplice legge elettorale può sembrare innocuo, ma bisogna fare attenzione. Anche una piccola mossa come questa può fare aprire il vaso di Pandora.
Bisogna ricordare che se tutta questa manovra elettorale fallirà, Hezb’Allah può sempre tornare a fare quello che sa fare meglio: mettere mano alle armi.

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