Cina, la diplomazia dello sport, dal ping pong al calcio

Stupite, ma parliamo di calcio
Ci si ricorda raramente del mercato invernale, quella finestra aperta tra i mesi di dicembre e febbraio anche detta “mercato di riparazione”. Riparare, appunto, ad errori o mancanze palesatesi durante l’avvio di stagione, strascichi di un lavoro non perfetto durante l’estate.
Cifre modeste, scambi, prestiti, anche la trattativa al fantacalcio scevra della giusta tensione.

Ma negli ultimi due anni i club europei hanno registrato importanti operazioni, tutte in uscita, destinazione Cina. Il calciomercato asiatico (quello che precede l’avvio del campionato) si svolge proprio in inverno, durante il mercato di riparazione nostrano. La Super League Cinese, equivalente mandarina della serie A, ha chiuso la finestra per le trattative il 26 febbraio. Fino ad allora è stato possibile insidiare i campioni del vecchio continente, ma i grandi colpi sono già stati fatti.

Più di duecento milioni di euro spesi per giocatori ancora nel pieno della forma come Graziano Pellè (pagato 15 milioni), Hulk (55 milioni) e Oscar (60 milioni), oltre a campioni ormai agli sgoccioli della propria carriera come Carlos Tavez (10 milioni). Si tratta degli ultimi nomi di una folta lista che ha portato a un totale d’investimenti che supera i 700 milioni di euro in tre anni. Va poi considerato il monte ingaggi che è decisamente superiore a quello normalmente percepito da giocatori di pari livello militanti in Europa, decisamente superiore anche a quello dei vari top player e palloni d’oro in attività.

Calcio italiano, tifo cinese

Espasionismo cinese in calcio altrui
Per chiudere quest’abbondante preambolo sui cinesi nel mondo del calcio, consideriamo anche che due investitori con gli occhi a mandorla sono diventati azionisti di maggioranza sia di Milan (trattativa vicina alla chiusura) sia di Inter; in Inghilterra possiedono quote di Manchester City (13%), West Bromwich Albion (88%), Aston Villa, Birmingham e Wolverhampton (100%); in Spagna l’Atletico Madrid (20%), Espanyol (45%) e Granada (100%); in Francia capitali cinesi sono presenti in Sochaux (100%), Auxerre (60%), Nizza (80%) e Lione (20%).

La Cina vuole sedersi al tavolo delle potenti del calcio mondiale, questo è l’assunto. L’obiettivo è vincere un mondiale entro il 2050. Un’utopia, penserete, ma il progetto sarà sorretto da un imponente incremento delle infrastrutture (20mila centri di allenamento e 70mila campi da calcio), la pratica di questo sport diffusa alle scuole e una futura candidatura ad ospitare un mondiale (forse nel 2030). Il Presidente della repubblica Xi Jinping alimenta il sogno facendosi ritrarre come un fanatico del calcio che conta, bramoso di vedere all’opera nei campi di casa propria i campioni occidentali, nel contempo allenando nuove reclute cinesi.

Non si tratta di un’operazione a fini di lucro. Il rientro economico, se ci sarà, si vedrà a lungo termine, visto che a stretto giro di posta la qualità del campionato è solo lievemente migliorata e le tv hanno da poco incrementato l’offerta per i diritti di trasmissione. Lo sforzo sembra teso a qualcosa di più ampio, difficile da quantificare o comprendere in una mera operazione economica.

Il presidente Xi Jinping vuol fare goal

Non solo calcio
Probabilmente tutta questa storia non va catalogata sotto la voce ‘calcio’, ma a quella delle ‘relazioni internazionali’. Quello cinese è a tutti gli effetti un tentativo di esercitare quello che si definisce soft power cioè un esercizio di potere da parte di una nazione sulle altre senza l’utilizzo di violenza o tattiche coercitive. Il calcio è a tutti gli effetti un linguaggio universale, che nella visione cinese dovrebbe prestarsi anche a strumento di propaganda.
Anche la programmazione delle tappe che porteranno a vincere, almeno nei sogni di Xi Jinping, il mondiale rivela un’attenta commistione di obiettivi a medio e lungo raggio. L’acquisto di campioni dall’Europa, le azioni di società europee, l’affermarsi come potenza calcistica continentale (dove Corea del Sud e Giappone non sono ancora state scalzate) rivelano i primi passi di un obiettivo ben più lungimirante che è quello di sviluppare il culto del calcio in un paese che non ha ancora familiarità con lo sport più popolare al mondo.

Si rivelerà una scelta giusta? Questo è impossibile saperlo. Per il momento sarà curioso vedere come la federazione cinese riuscirà ad abbinare il fabbisogno di campioni esteri con la crescita del movimento interno. Al momento possono essere schierati nelle partite di Super League solo 3 giocatori stranieri che può bastare ad aiutare una squadra a vincere il campionato (come nel caso del Guangzhou) ma non per forza a sollevare la competitività dello stesso.

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Se la Cina copia anche il calcio
Il sogno potrebbe naufragare come quello americano, rendendo la Super League cinese un campionato simile alla MLS made in USA: l’ennesimo porto per il prepensionamento dei campioni nostrani. Ma c’è anche un altro scenario, di cui poco si è discusso: magari la Cina potrebbe non diventare una potenza calcistica nei prossimi 30 anni, ma è pacifico che possa raggiungere un livello tale da potersi permettere di esportare il calcio (il suo calcio) nei paesi in via di sviluppo. Iscritti da tutto il mondo per partecipare ai programmi delle scuole calcio cinesi, che anche per l’epoca difetteranno dell’esperienza delle società europee, ma vanteranno infrastrutture all’avanguardia e i fondi necessari per farle funzionare.

Non è pura immaginazione se pensiamo agli ingenti investimenti della Cina nel continente africano dove ci sono già 34 paesi con uno stadio costruito da aziende cinesi, regalato o utilizzato come merce di scambio per garantirsi qualche voto favorevole alle Nazioni Unite. Siamo ancora all’inizio se pensiamo che in Camerun lo Yaounde Stadium è il più grande della parte centrale del continente e ha “solo” 5mila posti a sedere. “Soft power”, certo, che in futuro potrebbe ramificarsi e strutturarsi al punto da insediare la supremazia europea, al momento incapace di arginare l’incalzante disponibilità economica e progettuale della provincia dell’impero (del pallone).

Tags: Calcio Cina
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