venerdì 26 aprile 2019

‘Fake-news’, balle a mezzo stampa, chi le spara più grosse

L’ultima sul fronte ‘fake-news’, arriva dalla Russia, solitamente bersaglio delle accuse di parte occidentale di fabbrica di notizie false o abilmente ‘aggiustate’. Sul sito del ministero Esteri di Mosca parte la rubrica ‘fake-news’, tra gli esempi di conta frottole, news del New York Times, Washington Post, Telegraph. Insomma, nessun riguardo reverenziale.
Sul fronte opposto le accuse riguardano soprattutto la tv russa e l’agenzia Sputnik. Ce n’è per tutti, e spesso a ragione.
L’Italia e la legge anti bufale, e le ‘regole per proliferazione delle balle via web’.

Dopo le tante accuse di ‘disinformazia’ alla sovietica, la Russia di arrabbia e reagisce. Il ministero degli Esteri ha dato il via alla sua rubrica sulle ‘fake-news’. Sul sito si possono vedere, per adesso, quattro esempi di articoli giudicati da Mosca come ‘bufale’, e bollati da un timbro rosso che le liquida, appunto, come “fake”.
La carrellata comprende un pezzo di Bloomberg in cui Emmanuel Macron denuncia di essere oggetto di attacchi hacker russi, uno del New York Times in cui Mosca viene accusata di aver violato il trattato sui missili di medio-raggio, uno del britannico Daily Telegraph a proposito delle presunte ingerenze russe in Montenegro e, infine, quello della Nbc su Edward Snowden come “regalo” a Donald Trump.
In coda ad ogni pezzo, l’avvertenza “questo articolo diffonde informazioni non corrispondenti a realtà”.

Facile dire fake news
Fake news spesso a sproposito. Se ne discute tantissimo da dopo la Brexit e la vittoria di Donald Trump. C’è chi sostiene che invece di aver toppato nelle previsioni per pessimo giornalismo, i due eventi non previsti sarebbe il frutto della diffusione di bufale e di informazioni false, veicolate dai media, in particolare i social, in grado di poter orientare le scelte degli elettori incapaci di saper distinguere tra notizie vere e false.
Principale fonte di inquinamento dell’opinione pubblica, le fake news sarebbero diventate addirittura la minaccia delle democrazie sostiene allarmata ‘Valigia blu’ http://www.valigiablu.it/fakenews-disinformazione/
Ma nel dibattito in corso, sotto questa categoria sono finite cose molto diverse tra di loro: errori giornalistici, bufale, teorie complottiste, contenuti satirici utilizzati come fonti giornalistiche, la diffusione di notizie non verificate, la propaganda politica, le informazioni false lanciate da siti messi on line per generare profitti dal click-baiting.
‘Non tutto ma di tutto’, come la pubblicità delle vecchia Rai.

#BastaBufale e l’Italia
Quindicimila firme in dieci giorni non è poco, ma non basta. E’ il risultato ottenuto dalla petizione #BastaBufale, rivolta a social network e giornali per arginare il fenomeno delle false verità. Appello
a Facebook, Twitter, Google e agli editori dei media tradizionali, le imprese, i direttori di testate. Una chiamata ‘alle regole’ per social network e media, imprenditori e cittadini’.
Nei giorni scorsi è stata presentata al Senato la proposta di legge contro le fake news che prevede multe e carcere per chi pubblica notizie false e detenzione per ‘campagne d’odio volte a minare il processo democratico’.
Una proposta ritenuta pericolosa da molti, nella eterna tentazione di una di ‘legge bavaglio’.
Valutazione critica sostanziosa alle proposta di legge, l’attribuire alle Rete le patologie della democrazia. Non è escluso, concedono i sostenitori del libero web, che la capacità manipolativa del web possa oggi superare quella della televisione. Ma la limitazione degli effetti antidemocratici della Rete non si possono perseguire con uno strumento antidemocratico come i filtri per le bufale o le censure.

La grammatica delle fake news
Conoscere la grammatica delle fake news, distinguere le diverse tipologie dei contenuti creati e condivisi. Conoscere le motivazioni di chi crea questi contenuti. Conoscere le modalità attraverso le quali tali contenuti vengono disseminati, suggerisce Angelo Romano su Valigiablu.i. Claire Wardle, giornalista Usa, individua sette diversi modi di fare disinformazione con 8 possibili motivazioni, che possono spiegare perché tali contenuti vengono prodotti.Propaganda, profitto, influenza politica, interessi particolari, assieme a faziosità, cattivo giornalismo, fare la parodia, provocare o prendere in giro.
Poi i meccanismi di disseminazione dei contenuti. I social network hanno favorito l’atomizzazione delle notizie. In questo modo, essi creano le condizioni per cui “atomi” di propaganda sono diretti in modo mirato a utenti che sono più propensi ad accettare e condividere un particolare messaggio.
Invito conclusivo, anche da parte di Remocontro, a non condividere in maniera automatica. E rilanciamo alcuni consigli di Margareth Sullivan sul Washington Post: 1) Consulta e confronta più fonti di informazione 2) Non condividere senza verificare 3) Se diffondi un contenuto falso, cerca di correggere velocemente 4) Cerca di avere un atteggiamento scettico verso l’informazione.

Potrebbe piacerti anche