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martedì 15 Ottobre 2019

Libia, 6 anni dalla rivoluzione e la Nato delle bombe

Sesto anniversario della ‘rivoluzione’, quell’accenno di primavera araba che aveva illuso i libici e noi. Adesso uno dei premier che non comanda, Serraj chiede aiuto alla Nato dei bombardamenti del 2011. ‘Serve ancora la vostra forza per tenere a bada il mio avversario Haftar che ha il sostegno della Russia e dell’Egitto’. La Nato gongola, l’Europa tace, e l’Italia tiene mano a Serraj.

Doveva essere davvero molto arrabbiato Fajaz Serraj se, senza badare a date e opportunità, torna dal mancato incontro con Haftar al vertice del Cairo, convocato dagli egiziani, e invoca l’aiuto della Nato. Lo stesso organismo militare che ha distrutto con i raid aerei il Paese nel marzo 2011.
Anniversari. Se serviva, ecco la fotografia di una delle molte contraddizioni create da quella primavera araba tradita. A Fajaz Serraj, che non controlla neppure la città di Tripoli, oltre al sostegno diretto dell’Italia, serve un esercito e la Nato è lì, pronta.
Lo conferma di corsa il segretario generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg che, ricorda, «Al summit di Varsavia gli alleati avevano deciso di fornire alla Libia un supporto, se richiesto dal Governo di accordo nazionale». Quanto cose sobno state dcìecise a Varsavia di cui poco nulla ci fu detto. «Questa richiesta è stata ora ricevuta e il Consiglio atlantico discuterà su come procedere il più presto possibile», ha spiegato il segretario generale.

Che sta accadendo in Libia 6 anni dopo?
La mossa dopo il fallimento del vertice libico del Cairo. Rientrato a Tripoli dopo aver atteso inutilmente per una giornata di incontrare il generale Khalifa Haftar, Serraj ha detto ai suoi collaboratori di non credere che l’ex generale gheddafiano volesse negoziare. Un trucco con la complicità del Cairo. «Gli egiziani sanno benissimo che Haftar non ha nessuna intenzione di negoziare, vuole solo tutto il potere per sé, vuole essere un nuovo dittatore».
L’ira del presidente che non comanda nulla e nessuno, ed assieme i festeggiamenti della sdua rivoluzione, ogniuno come vuole e dove comanda.
Il 17 febbraio, è il sesto anniversario dell’inizio di quella primavera che da Bengasi diede fuoco alle polveri della rivoluzione in tutto il Paese, sino al rovesciamento di Muhammar Gheddafi e all’uccisione del colonnello il 20 ottobre dello stesso anno.

Clima di festa blindato a Tripoli dove la polizia e le milizie pro-Sarraj piantonano la città con posti di blocco e pattugliament. Rischio attentati da parte dei terroristi dell’Isis che, con il governo di accordo nazionale, hanno un conto in sospeso per la cacciata da Sirte. Ma anche tentazioni da parte delle formazioni di Khalifa Ghwell, l’ex presidente avversario dell’attuale premier.
C’è poi la neoproclamata Guardia nazionale, i misuratini calati nella capitale per battere cassa e avere la loro fetta di prebende e di potere. La Libia politica molto simile ad un suk.
I festeggiamenti, raccontano i reporter sul campo, sono ovunque, a Tripoli quanto a Misurata, dove si festeggia la liberazione di Sirte dalle bandiere nere dello Stato islamico.
La Cirenaica muscolare dell’Esercito libico del generale Haftar parla invece delle operazioni militari a Bengasi che starebbero terminando. 70 terroristi asseragliati nel quartiere di Ganfouda.

Il decisionismo debole dei Serraj
Giunto al punto massimo della sua debolezza, a Fajaz Serraj non resta altro che offrire al mondo la versione inconsueta di un suo poco credibile decisionismo. La richiesta rivolta alla Nato, sulla cui opportunità politica molti già stanno sollevando dubbio e critiche, e non solo in casa libica.

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