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mercoledì 23 Ottobre 2019

Netanyahu-Trump, vigilia brivido per la pace in Medioriente

Un Netanyahu in gravi difficoltà in casa, ostaggio di un manipolo di coloni ed ebrei ultra ortodossi alla destra della decenza, e il presidente Trump che deve passare dalla propaganda post elettorale al governo a partire dal Medio Oriente. Tra qualche ora a Washington, una prova decisiva per due personaggi complessi e contraddittori.
Gli Stati Uniti di Trump verso la negazione di ‘Due popoli due Stati?’. L’improbabile ambasciata Usa a Gerusalemme.

Due personaggi in cerca d’autore. Netanyahu a caccia di un sostegno esterno a supplire quello che gli si sta sgretolando in casa, e Trump in cerca di un primo incontro con la storia. Medioriente come?
Le anticipazioni, per quel che valgono, sono decisamente contraddittorie.
La Casa Bianca non sosterrà a oltranza la soluzione dei due Stati ma appoggerà l’ipotesi su cui israeliani e palestinesi troveranno un accordo per la pace.
È la posizione di Washington emersa a poche ore dall’incontro, il primo, tra il presidente Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Dare ragione nei fatti alla colonizzazione ebraica in corso dei territori palestinesi occupati buttando alla ortiche il principio base di tutta la comunità internazionale su, ‘Due popoli, due Stati’.

«Una soluzione dei due Stati che non porta la pace è un obiettivo che nessuno vuole raggiungere», prova a convincere un anonimo funzionario.
Immediata la reazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, che parla di «cambio irresponsabile di posizione da parte della Casa Bianca».
La nuova posizione di Trump sulla soluzione dei due Stati, ritenuta dal presidente Usa non più indispensabile per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese -e tutta ancora da verificare nei fatti-, “non ha senso” è il commento dell’Olp.
Tensioni in vista, e su più fronti.

Un Benjamin Netanyahu “in punta di piedi”, raccontano gli osservatori a Washington.
Un laeder logoro da potere esercitato troppo a lungo e un neofita che non accetterebbe mai di poter sbagliare. Miscela pericolosa.
I due leader, probabilmente, non saranno d’accordo su tutto, ma a entrambi conviene minimizzare le divergenze e dare al mondo quanto meno l’immagine di un nuovo inizio nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Meglio che con Barack Obama, ma dopo gli slanci della campagna elettorale, il nuovo presidente Usa ha assunto toni più cauti con Israele, deludendo chi sperava in una
amministrazione apertamente pro-insediamenti e pronta a trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Per Netanyahu, la visita a Washington arriva in un momento particolarmente delicato, con due procedimenti penali in corso per abuso d’ufficio. Secondo Haaretz, un premier israeliano debole e dipendente da Trump. Messo in difficoltà anche dalle dimissioni del consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn, figura centrale nella preparazione dell’incontro tra i due.
Il direttore dei servizi israeliani del Mossad Yossi Cohen e il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale Jacob Nagel avevano incontrato due volte Flynn dopo la vittoria di Trump.
Ed era Flynn il tramite delle valutazioni dei servizi israeliani su questioni come il programma nucleare iraniano, la guerra civile in Siria e il conflitto israelo-palestinese.

C’è chi rileva come nei giorni scorsi Netanyahu abbia evitato di prendere una posizione netta sulla soluzione dei due Stati, con spazio a possibili retromarce. Retromarcia di chi? Il rispetto delle intese tra l’ex presidente Usa George Bush e Ariel Sharon sul principio di “due Stati per due popoli” come soluzione al conflitto israelo-palestinese potrebbe ancora essere l’esito più probabile dell’incontro, azzarda il Jerusalem Post. Stravolgere gli equilibri politici e le prospettive dei negoziati con i palestinesi potrebbe risultare un rischio troppo alto, persino per Donald Trump.
Previsioni contraddittorie, con Netanyahu che dovrebbe accontentarsi di obiettivi parziali. Ad esempio una presa di posizione forte sull’Iran, argomento su cui i due condividono la stessa visione. Un amicale silenzio Usa sulle colonie, mentre il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, sembra destinato invece a restare solo una promessa elettorale.

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