domenica 18 Agosto 2019

Francia, polizia violenta e banlieue, è rivolta

Un francese di colore pestato e violentato dai poliziotti, rivolta nelle banlieue di Parigi. Dopo l’aggressione a Théo, 22 anni, centinaia di persone sono scese in strada pacificamente per chiedere giustizia. Il ragazzo aggredito: ora basta alla violenza. La polizia che aveva protestato contro i ritmi massacranti dell’anti terrorismo, molti di loro incantati del ‘lepenismo’ che incombe. Sul fronte opposto il disagio sociale delle nuove generazioni di francesi relegati nelle banlieu tra disoccupazione e tentazioni di estremismo identitario e religioso.

Non è ancora rivolta generalizzata, ma il disagio sociale delle parte più sfortunata e negletta della Francia rischia di esplodere. La paura di una nuova rivolta nelle banlieue di Francia dopo le violenze di quattro poliziotti ai danni di Théo, il ventiduenne di colore fermato, pestato e, secondo le accuse, sodomizzato con un manganello, irrompe nella campagna presidenziale francese.
«La giustizia andrà fino in fondo», garantisce François Hollande, nel tentativo di riportare la situazione alla calma dopo tre notti di proteste, con auto incendiate e danneggiamenti nella periferia di Aulnay-sous-Bois.

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Ma il vero eroe è lui, il ragazzo violato da una bestia in divisa. Théo, il suo nome, è disteso a letto, con il volto tumefatto, indossa una maglia dell’Inter. La speranza è che quella foto del presidente al suo capezzale possa contribuire a sedare la rabbia delle periferie insieme con l’appello rivolto dal ragazzo ai concittadini di Aulnay.
«So quello che sta accadendo. Amo la mia città e quando tornerò vorrei ritrovarla come l’ho lasciata. Quindi, ragazzi, stop alla guerra. Pregate per me».
«Grazie per questo messaggio – gli ha risposto Hollande – per questa fiducia e per l’amore per la tua città».

Il fermo era avvenuto giovedì, vicino casa sua, dove i quattro agenti lo avrebbero inseguito, picchiato e usato violenza contro di lui durante un controllo di identità degenerato, pare, per un diverbio. Il poliziotto accusato di stupro si è difeso evocando un «incidente». Ma l’aggressione è avvenuta sotto l’occhio di una telecamera, il video diffuso ha suscitato indignazione in tutto il Paese.
Il primo ministro Bernard Cazeneuve promette «fermezza», mentre il candidato socialista alle presidenziali si indigna. Di opportunismo elettorale opposto Marine Le Pen, la leader del Front National che insiste a solidarizzare con le forze dell’ordine. «Prima di tutto sostenere polizia e gendarmeria, almeno fino a quando i giudici non avranno dimostrato che è stato perpetrato un crimine o un delitto». Bontà sua.

Nell’ottobre scorso le proteste della polizia con cortei notturni anonimo in molte città francesi ma soprattutto a Parigi. L’accusa molto politica, brano da ‘Front National’, la criminalità dilagante nelle periferie urbane ormai dominate da bande di delinquenti, spesso minorenni, in gran parte arabi e islamici.
Contro lettura dalle ‘banlieu’, dalle periferie povere, dove l’emarginazione sociale trova da parte dello Stato spesso soltanto l’azione di repressione criminale da parte delle forze di polizia. La precarietà che sfocia, l’accusa di molti, in un regime segregazionista soft.
Protagonisti della nuova rabbia, sono soprattutto cittadini francesi, nati da genitori immigrati in Francia anche negli anni 60, cresciuti in quartieri ghetto a contatto con identità basate sul destino comune, sull’appartenenza etnica, sempre più spesso sulla religione, che si sono sviluppate nel cuore e nelle viscere dello Stato della ‘egalité’ e dei ‘citoyennes’.

Pulotti francesi cop

La rabbia delle banlieu scatenata da un’operazione di polizia brutale e insensata, è la rabbia di chi si sente escluso, che subisce ogni giorno le operazioni spesso percepite come arbitrarie di una polizia ai cui vertici continuano a esserci quasi sempre i bianchi. Vivere nelle periferie sterminate di Parigi, riporta oggi Panorama, ‘significa scuole peggiori, difficoltà di accesso al mondo del lavoro e alle università, e discriminati nelle relazioni sociali per il proprio cognome o per il colore della pelle’.
«Un Paese nel Paese, dove il tasso di disoccupazione è cinque volte la media nazionale, dove, specie dopo gli attentati, prendere in affitto una casa è ormai quasi impossibile, dove la retorica sul Paese dell’egalité suona come una beffa. Il ghetto diventa, per migliaia di francesi di origine araba o africana, una condizione cronica, una condanna sociale perpetua, una prigione dalla quale è difficile evadere. Se non a costi troppo alti, come dimostra la rivolta di questi giorni e come dimostrano gli attentati terroristici».

E qualcuno adesso scopre i giovani francesi che vivono nelle banlieu i veri grandi assenti del dibattito pubblico nelle presidenziali. Persino nelle ex banlieu rosse, definite oggi un ‘deserto politico’, dove attecchiscono solo l’economia illegale e spesso un comune senso di appartenenza etnica, di clan e religiosa.
‘E i francesi bianchi e poveri di queste periferie, spesso ex operai di sinistra ormai pensionati, si rifugiano in un lepenismo difensivo, -sempre Panorama- mentre gli immigrati di terza generazione, o campano come possono dedicandosi ad ogni genere di traffico, oppure, come disse già nel 2005 il ministro degli Esteri francese Philippe Douste-Blazy, ‘si gettano nelle braccia dei predicatori dell’odio’.
«Demolita l’integrazione, in questi quartieri si diffonderà per disperazione un radicalismo basato sulla religione».

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