giovedì 18 luglio 2019

Trumpettisti da avanspettacolo e l’Uomo forte made in Italy

Dall’American psycho di Trump all’Italia psyco della voglia di Uomo forte, senza pudore o senso del ridicolo. Pier Luigi Celli tra lo sconforto e lo sberlezzo oggi scrive anche complicato, e con la scusa dell’America ci parla della piccola Italia tante volte tradita da una classe politica dove, ‘il nuovo che avanza’ fa spesso più paura del vecchio un po’ rancido.
Le generazioni abbandonate nel girone della sussistenza, mentre nel mondo separato della politica tiene banco la data delle elezioni, il premio di maggioranza e i capilista bloccati.
E voglie di rivincita fino alla scommessa della disintegrazione finale.

Uomo forte, forte di cosa?
Dovevamo aspettarceli questi eserciti di complemento, risorti a nuova vita da un silenzio culturale che evidentemente non tolleravano più loro stessi, disposti ora come coreografia sgambettante intorno al nuovo messia del sovranismo redivivo.
Era troppa, per questi emarginati dalla cultura civile, l’attesa consumata ad aspettare il ritorno di un tempo che li riportasse al ‘loro tempo’: quello che poteva consentire a tutti di abdicare all’ingombro del pensiero per accontentarsi felici di applaudire qualcuno che li liberava da questo ammorbante politicaly correct.

E così la buona novella è piovuta come acqua benedetta sul deserto di idee degli aspiranti gauleiter nostrani, tanto privi di finezze borghesi quanto incontenibili in autopromozioni esagerate.
Ora, dunque, è tutto un fiorire di minuetti, di graziosi scatti in avanti – il petto rachitico in fuori a raccogliere gridolini tra ammirazione e sommessa compassione – mentre si attende un cenno, una chiamata, una benedizione.

Regressione e tradimenti
Perché anche questo ci è dato vedere, quando mai avremmo pensato di arrivare a tanto: il ritorno di un popolo servo e di una acuta nostalgia del bel tempo andato, quando era povero e negletto, ma, vivaddio, un capo qualunque ce l’aveva che esonerava tutti dal chiedersi perché.
E non vale interrogarsi su cosa sia accaduto nella sonnolenza delle nostre sicurezze, se non ci rendiamo conto di avere, proprio noi, disperso un patrimonio costruito con fatica e poi andato in disuso nella pratica quotidiana di un progressivo distacco dalla realtà.

Noi che pure avevamo creduto di aver conquistato finalmente un nostro spazio, solo perché anche la sinistra si era illusa di essere arrivata in paradiso, il che l’aveva poi esonerata dal continuare a faticare con gli ultimi, visto che in alto, in fondo, si stava così bene.
Ecco che adesso ci troviamo a fronteggiare una situazione che ci lascia confusi e, quel che è peggio, rissosi come nei tempi peggiori.

Vuoti a perdere
Avanzano alleanze che ci fanno sberleffi, qualcuno tra di noi crede di risolvere l’empasse con parole che non dicono più nulla, non più in grado di risuonarci dentro, e l’unica cosa che siamo in grado di pensare- e ci viene proposta come ultima alternativa- è come fare i conti tra di noi: chi tagliare fuori o come uscire.

Intanto sul terreno non ci siamo quasi più, altri occupano gli spazi che un tempo dominavamo e quelli che erano la nostra forza -la base storica dei nostri successi- ci guardano delusi, quando va bene, incazzati, i più, come tutti quelli che si sentono traditi.
Abbiamo consegnato il nostro patrimonio in mani che adesso lo utilizzano contro di noi.
Valeva la pena finire così?

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