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mercoledì 11 Dicembre 2019

Giornalismo in crisi e sindacato da ripensare

Un giornalista di antico e nobile lignaggio, splendida penna e lingua velenosa. Vincenzo Vasile comincia il mestiere nel 1972 muovendosi nelle acqua limacciose della stampa di sinistra (L’Ora e l’Unità) nella Sicilia scopertamente mafiosa che quando non ammazzava, querelava e intimidiva e colpi di costosi processi.
Da sempre esiste il sindacato unitario dei giornalisti, la Fnsi, mentre tra gli editori (anche a sinistra) si moltiplicavano i banditi.
Perché ancora Fnsi, si chiede Vasile nell’inviare la lettera di dimissioni dal sindacato visto che il sindacato, a suo dire, non attacca abbastanza certa editoria d’avventura.
Perché non Cgil o Cisl o Uil e quello che preferite?
Ma forse il sindacato giornalisti, quello storico, è ancora in tempo a confrontarsi con le ragioni di Vasile, ma non soltanto. Dandosi una mossa.

La notizia, cominciamo con la notizia.
Ecco, sto scrivendo una lettera con la quale revoco la riscossione da parte del sindacato della mia quota di iscrizione, lo zero virgola trenta della pensione. Insomma: esco dal sindacato, che non ha fatto il suo mestiere, nei miei confronti, spargendo un messaggio più vasto e grave, in materia di libertà di stampa. Il sindacato dei giornalisti, come cercherò di spiegare, sbattendomi la porta in faccia ha anche mandato a dire agli editori che possono tranquillamente rottamare studi legali e redattori, sottrarsi al pagamento delle cause per diffamazione persino quando i giudici diano ragione ai giornalisti; e ha avvertito questi ultimi, soprattutto i più giovani, che rischiano solo guai e salate conseguenze a occuparsi di inchieste giudiziarie e di trame.

Io, dunque, lascio il sindacato per “fatto personale”. Ma non ditemi che sono affari miei: non è così, vorrei raccontarvi la mia storia, spero di rubarvi pochi minuti.
Faccio il giornalista dal 1972, e sin dai primi passi professionali, da “precario” come si direbbe adesso, ho militato nel nostro sindacato di categoria, che – non tutti lo sanno fuori dalle redazioni – è nato e cresciuto autonomamente rispetto ai sindacati confederali.
Ho fatto anche il sindacalista, in altre situazioni difficili, eletto per qualche anno nel comitato di redazione dell’Unità, il sindacato aziendale.

Il mio sindacato si chiama Federazione nazionale della stampa italiana, nome legato a un’epoca che molti considerano sorpassata, perché l’informazione viaggia ormai su diversi “supporti”, ma la carta – direi – rimane quello centrale; e del resto la Costituzione italiana, che all’articolo 21 garantisce la libertà di espressione anche “con ogni altro mezzo di diffusione”, recita: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

La stampa. La censura. Le censure.
Vigeva dalle mie parti una pesante censura di tipo mafioso, spesso ammantata dal latinorum delle arringhe, e consacrata per via giudiziaria. Il giornale nel quale ho compiuto le mie prime esperienze professionali, L’Ora di Palermo, piccolo grande quotidiano di frontiera, ebbe il condirettore responsabile, Etrio Fidora, condannato nel 1976 a un anno senza condizionale e a un’altro anno di sospensione dalla professione, dalla sentenza di condanna che siglava il primo grado di una causa per diffamazione relativa a un certo potente signorotto delle miniere di zolfo di Lercara Friddi, accusato di aver fustigato i ragazzini, suoi dipendenti, supersfruttati.
Non bastasse il carcere, anche il pane dalla bocca gli volevano togliere quei giudici. Per quel piccolo grande giornale nel 1976 scese in sciopero l’intera categoria, mobilitazione mai più verificatasi, che mi rimase impressa nel cuore e nella mente.

Fidora, che sostituiva sul piano delle controversie legali il direttore Vittorio Nisticò, già oberato da centinaia di denunce, fu poi assolto, sopravvisse in totale a 86 processi, con la “fedina” pulita (Etrio se ne è andato nell’ottobre 2015, senza che nessun grande o piccolo giornale, se non sbaglio, cogliesse l’occasione della sua scomparsa per rendergli omaggio e ricordare quelle battaglie).

Ne so qualcosa, insomma, del carattere intimidatorio, spesso strumentale e pretestuoso, delle denunce per diffamazione; e qualcosa vi potrei raccontare sugli scopi censori che si nascondono dietro tante difese di “reputazioni” violate. Nel mio piccolo, quando andai in pensione, otto anni fa, ritenevo di aver dato un mio contributo a quelle battaglie, avendo vinto – o perché assolto, o perché archiviato – sette o otto processi avendo avuto al mio cospetto un fior fiore di eredi di quel sistema politico-mafioso che fustigava i “carusi” delle zolfare e continua ad ammorbare l’aria di questo nostro paese.

Ho avuto la fortuna di incontrare e di essere difeso dagli avvocati dei due studi legali che difendevano l’Unità fino alla svolta del secolo scorso, avvocati competenti, appassionati, militanti, Tarsitano e Fiore, che mi hanno insegnato a scavare negli archivii, a studiare e ristudiare le carte per preparare e vincere cause, che vedevamo come una prosecuzione nelle aule di giustizia di una battaglia di libertà. Libertà di stampa.

Capita che nel lasciare l’organico dell’Unità, concordando comunque un rinnovo della mia collaborazione “dall’esterno”, arrivava la querela di due parlamentari di estrema destra per un mio pezzo del 2005 sulla strage di Bologna: nella “commissione stragi” un’apposita indagine ha fatto a pezzi la “pista” che scaricava gli stragisti fascisti addossando il massacro sulle spalle di palestinesi e di tedeschi della banda Bader Meinhoff, (Rote Armee Fraktion) e del solito Carlos, pista che tanto entusiasmava il presidente Cossiga, ricordate?

Capita che il giornale si avviti poi in una delle tormentose crisi che hanno segnato la sua storia più recente. Di quella querela non ho più notizia, tanto da convincermi che sia stata archiviata, come sarebbe stato naturale, basandosi il mio articolo su atti ufficiali e verifiche da diverse fonti.

Capita che io esca successivamente dall’organico dell’Unità, andando in pensione, e che anche la “collaborazione” concordata e praticata (e pagata simbolicamente) per diversi mesi dopo il mio pensionamento venga troncata per decisione del nuovo direttore e d’intesa con il comitato di redazione, come mi viene comunicato – senza far cenno alle motivazioni – con la lettera di uno sconosciuto funzionario del nuovo editore.

Capita che me ne sia fatto una ragione, lavorando per altri committenti e soprattutto per me stesso, completando lavori ricerche e studi che avevo dovuto tralasciare o interrompere. Andandomene via dal giornale fino all’ultimo ho chiesto se ci fossero a mio carico pendenze giudiziarie (delle quali com’è noto spetta all’editore onorare le conseguenze pecuniarie): niente da segnalare. Nel 2013 al contrario si faceva vivo un avvocato che – ho scoperto – mi aveva frattanto difeso assieme al direttore dell’epoca in cui l’articolo era stato pubblicato, Antonio Padellaro: mi ha comunicato di avere ottenuto dopo un quinquennio di indagini e di udienze la nostra assoluzione. Assolti? Bene, complimenti.

Dunque, nessun problema? La società editrice si è nel frattempo liquefatta ,“in liquidazione” al culmine di una serie di errori ed orrori editoriali del socio di maggioranza che mi aveva a suo tempo mandato a casa con la malagrazia tipica dei “rottamatori”. Non sapevo però che sopraggiungendo alla testa della società l’editore Renato Soru aveva troncato i rapporti anche con lo studio legale che mi stava difendendo assieme agli altri giornalisti, evadendo il pagamento delle parcelle degli avvocati, che i liquidatori giudiziari non hanno poi ritenuto di considerare alla stregua degli altri “crediti privilegiati”.

Quando esplodono, dunque, l’anno scorso i casi drammatici di tanti colleghi dell’Unità, con case e conto corrente pignorati per pagare spese e parcelle al posto di Soru, io non so né sospetto, quindi, di far parte di quell’elenco di redattori lasciati con il culo ammollo dal loro ex editore. E mi do da fare con il presidente del sindacato, il collega tanto caro bravo e serio, Santo Della Volpe, perché riprenda in mano la vicenda di un fondo per le cause già istituito presso la Fnsi, cercando di sviluppare un’iniziativa articolata e complessa a partire dalla vicenda dell’Unità.
Si trattava – e si tratta – di ottenere nuove norme, probabilmente c’è da ritoccare la procedura del diritto civile e fallimentare per gli editori in bancarotta, e bisogna strappare nuove leggi che scongiurino l’uso intimidatorio dell’arma giudiziaria attraverso le querele temerarie.

Non è un impegno di natura “assistenziale” quello del fondo per le spese legali; del resto per aiutare i colleghi in difficoltà economica per gli stati di crisi delle varie aziende esiste anche un fondo a parte della Fnsi. Il fondo per le cause vuol essere un presidio, seppur limitato, per la libertà di stampa. Non vogliamo che alla censura si sostituisca l’autocensura: nessun direttore e nessun redattore deve essere messo in condizione di rinunciare a un articolo scomodo, a un’inchiesta difficile, per via del ricatto giudiziario ed economico.

Santo ci mette tutta la sua passione e tutto il suo intelligente impegno. Ogni tanto mi confida di scoprire grandi lacune nel sindacato, e scarsa solidarietà nelle redazioni. Mi capita, anche, di partecipare a un corso di aggiornamento professionale sulle querele, organizzato dall’associazione Ossigeno, che si batte contro le minacce ai giornalisti e alla libertà di stampa. Intervengono alcuni giornalisti, giovani e meno giovani, e chiedono con un certo candore perché mai il sindacato debba prendere le parti di colleghi che hanno violato la reputazione di persone che una ragione l’avranno avuta per querelarli, etc, etc.

Sono costernato. Aveva ragione Santo: ce ne vuole ancora di battaglie e impegno perché non è scontata la solidarietà per colleghi che si occupano di argomenti scomodi. E nei giornali che – sempre più numerosi – hanno alle spalle finanze pericolanti è chiaro che la minaccia giudiziaria fa presa e trova un drammatico riscontro nella formazione delle nuove leve.
Santo poi se lo porta via un brutto tumore, e lascia a metà la sua opera, che comunque ha visto – pur nella ristrettezza dei tempi che la malattia gli ha concesso – un rilancio delle attività del fondo. Ma so anche di molti colleghi che hanno ottenuto solo contributi ridicoli rispetto alle spese e alle parcelle che sono state loro addebitate, e altri che hanno avuto la porta in faccia.

Improvvisamente a metà settembre arriva, inaspettato, il mio turno. L’avvocato mi fa sapere che non avendo ricevuto risposte soddisfacenti dai liquidatori mi chiederà il pagamento della parcella, che è sostanziosa perché l’assoluzione con formula piena è stata ottenuta dopo una decina di udienze, interrogatori, indagini. Mi capita allora di rivolgermi al fondo della Fnsi stilando una relazione sul mio caso. Dopo tre mesi di silenzio, con una gentile mail firmata da una segretaria dell’associazione della stampa romana con allegato uno scritto del direttore generale della Fnsi mi si fa sapere che la mia vicenda non rientra nel “regolamento”, e l’avvocato me lo devo pagare io: all’incirca due mensilità e mezza della mia pensione.

Il motivo sarebbe che non verserei in sufficienti condizioni di disagio economico (sebbene abbia allegato carte e reso disponibili documentazioni bancarie che attestano il contrario rinunciando alla privacy). Devo aggiungere altro per far capire che mi dimetto dal sindacato non solo per “fatto personale”?
Ps Aggiungerò un poscritto alla mia lettera alla Fnsi e all’istituto di previdenza: mi riservo di indicare se e a quale organizzazione sindacale diversa dalla Fnsi destinare una quota della mia pensione. Precisazione utile anche a quei colleghi che intendano assieme a me cominciare a rompere il tabù che ha impedito la formazione di sigle confederali nel mondo dell’informazione, ormai popolato da nuove figure, precarie e non garantite. Pensiamoci su.

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