• 27 Febbraio 2020

Trump incontenibile, guerra ai migranti ed è caos

Panico, rabbia, proteste e ricorsi legali. E caos negli aeroporti americani per un firma troppo lesta da parte di un incontenibile presidente che sembra intenzionato ad inseguire anche le promesse elettorali più azzardate. Soprattutto quelle che provocano tanto fumo senza coinvolgere troppo l’arrosto. Sono le reazioni, in Usa e nel mondo, all’ordine esecutivo con cui Donald Trump ha congelato per tre mesi gli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica. Per chi fugge dalla Siria in guerra, stop completo.
«Il mio ordine esecutivo non è una messa al bando dei musulmani», twitta il presidente decisionista all’assalto. Lui si piace e si compiace, il mondo molto meno.
Da Theresa May, premier del Regno Unito, a Justin Trudeau, primo ministro canadese, dai conservatori scozzesi, guidati da Ruth Davidson, ai ‘guru’ dell’hi-tech americano, come Zuckerberg e Tim Cook, fino a scrittori, intellettuali e docenti universitari.
Tutti, sia pure con diverse sfumature, contrari al blocco per 4 mesi dell’immigrazione in Usa deciso dal presidente Donald Trump e alla black list di 7 paesi islamici.

E mentre negli aeroporti statunitensi monta la protesta contro gli abusi nei confronti degli immigrati provenienti dai paesi islamici messi al bando dalla Casa Bianca e migliaia manifestano all’interno e all’esterno degli scali aerei, decine e decine di avvocati sono mobilitati per offrire assistenza legale alle persone bloccate e detenute nei terminal dei principali aeroporti follemente trasformati in luoghi di detenzione per viaggiatori ignari e con visto sino a ieri regolare, provenienti da Paesi interdetti con una firma.
Si registrano intanto le prime contromisure da parte delle nazioni colpite dall’ordine esecutivo di Trump: l’Iran ha già deciso di impedire l’ingresso nel proprio territorio dei cittadini americani, l’Iraq sembra vicino a varare analoghe misure.
I Paesi colpiti, lo ricordiamo, sono sette: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.

L’ordine esecutivo che chiude i confini americani agli immigrati è entrato in vigore venerdì sera. I rifugiati che erano già sugli aerei, diretti negli Stati Uniti con documenti validi, sono di colpo diventati illegali. Arrivati sul suolo americano, sono stati arrestati.
Il Dipartimento alla Sicurezza Nazionale ha precisato che il bando ai cittadini provenienti da sette Stati a maggioranza musulmana si estende anche ai possessori di una “green card”, che prova la residenza legale e permanente di uno straniero negli Stati Uniti.
Migliaia di persone che lavorano in organismi internazionali che risiedono negli Stati Uniti grazie a questo documento, per esempio all’Onu, al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale. Anche in questo caso, non è chiaro cosa sarà di questa gente, se saranno costretti a tornare nei Paesi di provenienza o se verranno sottoposti a forme di verifica ulteriore dei loro documenti.

«La scelta di un’America impaurita che semina rancori e diffidenza», scrive Gianni Riotta su La Stampa, ricordando precedenti storici, dalle quote di ebrei nelle università ai cartelli anti-italiani, perché non è la prima volta che ‘il Paese delle libertà’, si isola dal mondo. A lungo le università d’élite, Ivy League, avevano quote per escludere gli ebrei. Negli Anni 50 a New York si esponevano cartelli «Non assumiamo negri o italiani», e il giovane avvocato Mario Cuomo, futuro governatore, non trovò lavoro a Wall Street perché non volle cambiar nome. Polacchi e irlandesi venivano discriminati. Il Chinese Exclusion Act del 1882, firmato dal presidente Arthur, chiuse le frontiere ai cinesi e rimase in vigore fino al 1943.
Quindi Trump non è il primo a cavalcare il razzismo latente, ma lui è apertamente in malafede, accusano in molti, nel guardare la lista dei paesi musulmani messi al bando.

«Trump sa che i terroristi dell’11 settembre erano organizzati da sauditi, Paese alleato lasciato fuori dalla lista nera.
E il suo decreto non ha a cuore i cristiani, come dice, né la sicurezza nazionale, dovere cruciale di un presidente.
Sa di aver vinto grazie a un’America polarizzata e impaurita e vuole ancora dividere e seminare diffidenza», l’osservazione finale di Riotta.

 

CATTIVI PENSIERI
di Mimmo Lombezzi

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