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lunedì 27 Gennaio 2020

Giulio Regeni, un anno di bugie sulla sua morte

365 giorni fa, alle 19,41 del 25 gennaio 2016, il ricercatore italiano Giulio Regeni veniva rapito al Cairo, torturato per giorni e poi ucciso. La ricerca della verità, contro il gigante della ‘real politik’ opportunista.

Una delle cose che rendono il caso di Giulio Regeni unico. L’orrore della tortura come violenza abituale che irrompe attraverso lui nella nostra ovattata realtà, la disumanità praticata che esce dai film e ti entra in casa, irrompe nella tua vita.
Nella vicenda umana di Giulio Regeni, il volto trasparente di un giovanotto alla conquista del mondo, ognuno trova la sua porzione di orrore che non riesce e reggere. Quel poco che ci è stato raccontato delle torture subite, e le sofferenze indicibili che certamente lo avevano spinto ad invocare la morte liberatoria.
Questo è ciò che è accaduto a Regeni, di cui sappiamo. Ignoriamo invece quanto accaduto a centinaia di altri giovani ‘scomparsi’ in un Paese vicino che l’Italia considera politicamente amico.

Intorno all’omicidio di Giulio Regeni, il regime egiziano dell’ex generale Al Sisi ha costruito una cortina di nebbie e depistaggi, brandelli di simil verità e falsità palesi. Dal delitto passionale, alla criminalità comune, il governo egiziano ha indicato falsi colpevoli per allontanare le responsabilità del suo braccio operativo più o meno fedele o deviato che fosse, la polizia politica e i servizi segreti.
Impegnati ora nell’ultimo depistaggio, quello che abbiamo raccontato ieri. ( http://www.remocontro.it/2017/01/24/regeni-giorno-della-trappola/ )
«La trappola», dove scopriamo il corrotto Abdallah, capo dei sindacati degli ambulanti, che da solo avrebbe ordito il crimine. Il malvagio Abdallah che si attrezza con telecamerina nascosta da spia per dare lui, patriota, la caccia alla sospetta spia occidentale!

Il regime del Cairo, mentre annuncia disponibilità verso gli inquirenti italiani, insiste a sostenere che si sarebbe trattato di «fatto isolato», un truce e terribile episodio occasionale.
Sappiamo da denunce certificate da molti organismi internazionali, che il caso Regeni corrisponde ad una pratica diffusa e consuetudinaria nell’Egitto attuale: quella delle sparizioni forzate e violente.
Secondo i dati degli organismi egiziani dei diritti umani, dall’estate 2015 all’estate 2016 la sparizioni forzate sono state ben 912. Non è un caso che i giovani egiziani considerino Giulio «uno di noi». Di fronte a queste verità non confutabili, gli opportunismi politici di Stato. È stato Matteo Renzi il primo leader europeo a sdoganare l’allora golpista Al Sisi prima al Cairo e poi a Roma. Politica estera Eni. Affari petroliferi di portata strategica.

Da allora l’Italia ha ritirato l’ambasciatore come gesto simbolico, mentre fanno pendolarismo tra Roma e Il Cairo poliziotti magistrati e spie a dirsi, di volta in volta, l’ultimo aggiornamento sulla verità di Stato possibile. E verità di Stato alla fine sarà, per Giulio Regeni, ‘verità’ minimamente credibile, ‘verità’ che salvi assieme la memoria della vittima e le necessità della ‘real politik’. Tra un succedersi di imbecillità, ci stanno provando.
Ma ad un anno da quella uccisione siamo ancora a tentativi di discredito. Prima i sospetti su Regeni ‘spia britannica’, oggi il fantafilm del giustiziere del suk egiziano che, senza mandanti, si dà alla caccia di ‘infiltrati occidentali’ per consegnarli alla terribile polizia politica delle torture.

Ma Mohamed Abdallah, l’ex capo del sindacato degli ambulanti, in coda al filmato dell’incontro con Regeni, l’ultima immanine di Giulio vivo, chiama i padroni: «Qui ho finito di registrare, venitemi a togliere l’apparecchiatura».Serve qualcos’altro per dimostrare che dietro quella ripresa rubata c’era la National Security Agency, organismo che raccoglie polizia e servizi segreti egiziani?
Giulio Regeni sparì il 25 gennaio di un anno fa, e una settimana più tardi, il 3 febbraio, il suo cadavere venne ritrovato sul ciglio di una strada alla periferia del Cairo.

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