• 23 Febbraio 2020

La montagna prima di Rigopiano, sfida perenne

Trascorrere il fine settimana in un albergo di montagna sembra oggi del tutto banale, ma nei secoli passati la montagna era soprattutto un luogo misterioso, isolato e alquanto pericoloso. A quelli della natura si aggiungevano i pericoli umani, perché dall’isolamento delle vallate derivava il fatto che esse potessero essere popolate, nella fantasia o nella realtà, da mostri, da banditi, da eremiti o da eretici.
Come raccontava il diacono Martino a Carlo Magno (nell’ “Adelchi” di Manzoni), «I monti sono erti, nudi, tremendi, inabitati / se non da spirti, ed uom mortal giammai / non li varcò».
L’uomo comune di quel tempo dunque non desiderava affatto mettersi in pericolo e per secoli tra il mondo delle pianure e quello delle montagne è esistita una separazione netta tra noto e ignoto.

L’immagine che probabilmente colpiva maggiormente era proprio quella delle valanghe, delle enormi masse di neve che all’improvviso potevano abbattersi sul cammino travolgendo montanari o viandanti. Un immagine lontana da noi finché vogliamo, e sui cui caratteri di antropologia culturale si potrebbe discutere ancora a lungo, ma in ogni caso un fenomeno che, studiato con scrupolo scientifico come tutti i fenomeni naturali, continua a verificarsi spesso con conseguenze catastrofiche e dolorose.
Dallo studio storico delle valanghe si apprendono molte cose, a cominciare dal fatto che – nella stragrande maggioranza dei casi – si verificano sempre negli stessi luoghi in condizioni stagionali simili per temperatura o quantità di neve.

Accanto ai dati idrogeologici o statistici ci sono poi racconti di cronache remote che descrivono fatti distanti secoli. Una prima testimonianza di valanga che si abbatté su un edificio distruggendolo e provocando la morte di alcuni abitanti risale a una cronaca medioevale del 1132, quando una enorme massa di neve precipitò dalle montagne dei Pirenei sulla Grande-Chartreuse, il monastero fondato da san Bruno di Colonia nel 1084, e tuttora casa madre dei certosini sparsi nel mondo. Sebbene manchino testimonianze più precise per cinque secoli, valanghe o slavine tuttavia non cessarono affatto e sappiamo che nei primi anni del XVII secolo analoga sorte subirono due villaggi sempre nei Pirenei: Chèze e Saint-Martin furono inghiottiti da una massa di neve nel 1601 provocando la morte di oltre cento persone.

Per ricordare qualche evento più vicino si deve citare la valanga che nel 1965 travolse una stazione sciistica in Baviera nei pressi di Garmisch: furono travolte più cento persone, ma le vittime furono dieci. Nell’opera di soccorso l’apporto determinante fu svolto dagli alpini tedeschi che poterono accorrere numerosi con grande rapidità perché la scuola di alpinismo militare si trovava a fondo valle.
Non sempre però i soccorsi furono tempestivi: più grave il bilancio della valanga che nel 1970 colpì un albergo in val d’Isere (in Savoia) provocando la morte di trentanove giovani sorpresi nella sala da pranzo dell’albergo. Dopo poche settimane, sempre in Savoia, su un istituto di cura si abbatté invece una frana di fango e rocce, seppure provocata dal disgelo e dalla neve: le vittime furono settantuno.
Dopo questi due luttuosi eventi in Francia nel 1971 fu costituita l’associazione per lo studio della neve e delle valanghe. Recentemente tuttavia, pur avendo contribuito alla formazione di migliaia di esperti in quarant’anni di attività, l’associazione ha dovuto dichiarare un deficit di 55.000 euro e ricorrere a un finanziamento collettivo.

Giovanni Punzo

Giovanni Punzo

Giovanni Punzo di mestiere dovrebbe aggiustare ciò che scrivono gli altri -fa l'editor- ma ha preso il vizio. Scrive di storia militare, altro 'contagio' per aver fatto l'ufficiale degli alpini. Da lui le guerre 'dei nonni' all'origine di quelle di oggi.

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