venerdì 21 giugno 2019

Il comunismo cinese in cattedra predica liberismo

Forum Mondiale dell’economia in Svizzera, a Davos. Xi Jinping, il leader cinese che parla come Obama: «La globalizzazione non è l’origine del problema». Andiamo a vedere. Le assenze che parlano. Trump che si affaccia. L’inedita alleanza Usa-Russia che si prepara, come «un nuovo patto di Yalta», nuova spartizione di aree di influenza necessaria per affrontare meglio «Il nuovo “nemico” che avanza: la Cina».

Anche la Cina non è più quella di una volta. La Cina in cui i diritti personali non sono tutelati e dove, ad esempio, internet è censurata. Eppure il leader del Partito comunista cinese Xi Jinping conquista la platea del World Economic Forum, con applauso a scena aperta quando si dice preoccupato per il futuro delle nuove generazioni, parla di progresso, di bellezza, di condivisione dei valori. Il mondo, più che girare, sembra ultimamente diventato una trottola.
Ascolti il leader cinese, prima ti stupisci, poi provi a capire. E scopri che la Cina si propone come argine all’isolazionismo di Trump e ai ritorni imperiali di Theresa May mentre annuncia l’uscita dall’Unione europea. Ovviamente cerchiamo una traduzione dell’arcano. Xi sostiene un ‘mondo aperto’, ma inteso come luogo in cui le merci cinesi viaggiano liberamente. Sulla libera circolazione delle idee e dei principi di democrazia, Xi avrebbe invece qualcosa da ridire.

Ed è Xi il primo a lanciare al protezionismo minacciato da Trump la sfida, rileva Alessandro Barbera su La Stampa. «Perseguire il protezionismo è come chiudersi dentro una stanza buia. Vento e pioggia possono pure restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria» ‘cinesa’ Xi, che, senza citare Trump, spiega: «Nessuno uscirebbe vincitore da una guerra commerciale».
Quasi divertito, Federico Fubini, col Corriere della Sera, rileva il paradosso del leader di una dittatura che diventa portabandiera del liberismo negli scambi ispirato da Washington e Londra tre decenni fa. C’è un po’ di confusione in giro. Basta ricordarci che a Davos solo un anno fa si discuteva sulle probabilità di un collasso finanziario cinese. Ora scopriamo che forse in mondo ha qualche problema in più sul fronte occidentale.

Cina Davos fb

Il peso di chi non c’è. Negli Stati Uniti -spiegano gli specialisti- la squadra per il commercio internazionale selezionata da Trump sembra un florilegio di protezionisti. Segretario al Commercio Wilbur Ross, investitore nei settori più colpiti dalla concorrenza cinese come il tessile o l’acciaio. Capo del Consiglio nazionale del Commercio, un nuovo organismo nella Casa Bianca, è Peter Navarro, autore di uno studio sull’economia globale intitolato «Morte per mano della Cina».
Quindi, applausi a Davos, ma la partita Usa Cina è tutta da giocare, e Xi non ce la racconta tutta. Nel 2016 la Repubblica popolare ha subito una fuga di capitali da 64 miliardi di dollari al mese, dall’agosto 2015 sono usciti dai confini 1.300 miliardi. Una economia che vale quasi il 14% del reddito mondiale ma che avrebbe un livello di debito delle imprese sopra a tutte le soglie di sicurezza. Anche debito americano in tasca cinese, per la verità, e da Pechino amano ricordarlo a Washington.

Poi, ‘The Donald’. Tonino Perna, sul Manifesto, paragona l’inedita alleanza Usa-Russia che si prepara, come «un nuovo patto di Yalta», nuova spartizione di aree di influenza necessaria per affrontare meglio «Il nuovo “nemico” che avanza: la Cina».
Dalle stelle alle stalle, i conti politico strategici europei sembra il conto degli spiccioli di cassa. Vedi il superamento della crisi ucraina. O più opportunamente, la fine della follia Nato a piazzare missili sempre più vicini al cuore della Federazione russa. Forse, ‘diamoci una calmata’, ma non su tutti i fronti.
L’ascesa di Trump e la sua entusiastica apertura verso la Brexit, rischiano di pesare sul futuro dell’Unione europea più della elezioni di Tajani a presidente dell’euro parlamento. Battute a parte, guoi certi a tre passi da casa nostra arriveranno dall’appoggio Usa al governo israeliano e l’annunciato trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, assieme ad una politica aggressiva nei confronti dell’Iran che può scatenare nuovi conflitti in Medio Oriente. Ma stiamo andando fuori tema e tempi. Dopodomani, insediamento del 45° presidente degli Stati Uniti.

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