mercoledì 23 gennaio 2019

Kazakistan, Siria e i segreti di Astana

Un invito alla vigilia dell’insediamento del neo Presidente Usa Donald Trump, che vale un omaggio di Stato: partecipare ai colloqui di Astana sul conflitto siriano.
Cesello di alta scuola diplomatica, il ministro degli esteri russo, rispondendo a una domanda non molto a caso, «solo i siriani stessi possono decidere sulla federalizzazione della repubblica araba».
I segreti di Astana svelati da Aldo Madia.

La politica estera russa non è certo figlia della rozzezza stalinista, ma piuttosto erede della raffinatezze da corte zarista di San Pietroburgo. Con qualche malizia putiniana che la rende anche temibile.
«Mosca, -dichiara il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov-, ritiene opportuno invitare ai colloqui di Astana sul conflitto siriano i rappresentanti dell’amministrazione americana entrante e dell’Onu». Quella entrante, sia chiaro, che gli ‘altri’, Obama e dintorni, non sono graditi.
Cesello di alta scuola diplomatica, sempre il ministro degli esteri russo, rispondendo a una domanda non molto a caso, ricordare al mondo, che «solo i siriani stessi possono decidere sulla federalizzazione della repubblica araba».
Chiaro?

 

PERCHÉ ASTANA PER LA PACE SIRIANA

Ad Astana, capitale del Kazakistan, già parte dell’URSS e sotto l’influenza di Mosca, il 20% della popolazione è di nazionalità russa. Mentre l’etimo della parola “Kazakistan” viene dal turco antico “Kazak”, libero, ed è dalla steppa di quel grande Stato che sono partiti oltre mille anni fa i turchi per poi arrivare all’odierna Turchia e dar vita a un intero mondo linguistico e culturale di cui i Kazaki fanno parte, quello turco culminato con l’Impero Ottomano.

La scelta del luogo strategico consente di comprendere il ruolo dei principali protagonisti:
la Russia cerca di rafforzare la sua influenza sulla coalizione pro-Assad e controllare le forze militari guidate di fatto dall’Iran;
la Turchia, confinante con la Siria, vuole essere sicura di evitare la formazione di uno Stato curdo a ridosso del suo confine anche se è già stata vietata la partecipazione dei curdi di Rojava e del YPG che pure stanno combattendo con gli USA contro Daesh;
gli USA mirano a ridisegnare le frontiere regionali badando ai loro interessi attualmente definiti in maniera abbastanza incerta.

La direzione intrapresa da Ankara e Mosca parte della realtà militarizzata dei negoziati: mettere le parti in lotta -regime di Assad e opposizione- faccia a faccia. Con l’opposizione, eterogenea e disorganizzata davanti alla Commissione per le trattative, destinata a perdere peso diplomatico e credibilità. Probabile reazione a catena per palese disparità che coinvolgerebbe anche i maggiori sostenitori arabi, Arabia Saudita e componenti del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Bahrein, Emirati Arabi, Kuwait, Oman e Qatar) e Giordania.
Obiettivo, la fine della rappresentanza dei Paesi arabi sostenitori delle opposizioni, che entrerebbero nell’orbita turca, e la rappresentanza iraniana assorbita nell’orbita russa.
Dunque, la Conferenza di Astana, non solo un punto di svolta nuovo all’intero dei negoziati ma molto più importante di Ginevra.
Resta da verificare come si accorderanno Mosca e Ankara, ma di certo i risultati cambieranno la geografia politica non solo della Siria, ma tutta la così detta “Eurasia”.

Rimangono alcune perplessità:
il presidente siriano ha vinto le elezioni del 2014 in una fase di guerra tra governo e ribelli;
la fine della presidenza Assad è prevista nel 2021, per cui avrebbe a disposizione 4 anni per sradicare tutte le forze di opposizione fra le quali ci sono i quadri dirigenti di Al Qaeda e Daesh.
Se verrà accettata la proposta russo-iraniana, le condizioni della Siria torneranno quelle del 2011, come erano prima, con gruppi di manifestanti disarmati che chiedevano solo la fine delle leggi emergenziali, la liberazione dei prigionieri politici e una più equa ripartizione dei redditi.
Ma allora quei dimostranti vennero ‘aiutati’ e armati da Paesi interessati: Francia, che avvia il gruppo degli “Amici della Siria”, USA e Paesi del Consiglio di coooperazione del Golfo.

Comunque, il timore che le promesse da parte di un governo misto di garantire riforme costituzionali e leggi per le province potrebbero essere prive di valore. I siriani sanno che la presenza dello stesso regime per altri 4 anni significherebbe la sconfitta di quelli che in questi anni hanno creduto a un Paese più giusto, più libero ma anche di quanti hanno distrutto il Paese, provocando quasi un milione di morti e l’esodo di 10-12 milioni di persone.
Se Assad rimarrà presidente sarebbe più facile per i siriani accettare la divisione della loro nazione assicurando ad Assad uno Stato in cui non debba più falsificare i risultati delle elezioni per essere legittimato a governare.
Questa ipotesi di dividere la Siria è però rifiutata da Turchia, Iran e Iraq perché temono conseguenze catastrofiche a livello di stabilità per l’intera regione.

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