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mercoledì 23 Ottobre 2019

Brexit sbattendo la porta e velleità d’Impero

Theresa May prigioniera letteraria di Rudyard Kipling, vive nelle glorie dell’Impero e decide la strada ‘hard’ per la Brexit. E lei, accusata di attendismo (Theresa Maybe, Teresa forse), passa da ‘Kim’, il ragazzo di strada alle prese col ‘Grande gioco della vita’ e non soltanto, e al remake della Lady di ferro, Margharet Thatcher. Risultato scadente su tutti i fronti, ad una prima valutazione.

Theresa Forse (Maybe), prova a fare la dura, più che altro per ‘vendere’ il prodotto ‘Impero Britannico versione 3.0 sul mercato affaristico del mondo. L’Unione europea se na vada pure a ‘quel Paese’, lei e il suo pur poderoso ‘Mercato unico’, che la Gran Bretagna si dà una gonfiata e si dichiara ‘Globale’, in un fantastico un ritorno al passato di corazzate, corpi di spedizione e Compagnie delle Indie e del resto del pianeta.
Deve aver sbagliato film, la signora Theresa May, ma noi stiamo alla cronaca.

Fuori dall’Unione Europea, fuori dal mercato comune, fuori da tutto. Sembra questa l’intenzione di Theresa May per il negoziato con la Ue che comincerà a fine marzo: una ‘hard Brexit’, una Brexit dura, durissima, anche se resta da vedere per chi.
«Non vogliamo nessuna parziale appartenenza alla Ue, nessuna associazione con la Ue, niente che ci lasci metà dentro, metà fuori», dice la primo ministro britannico nell’atteso discorso sui suoi obiettivi per la trattativa con Bruxelles.
Nulla si copia e tutto di distrugge pare la legge fisica rovesciata della Lavoisier d’oltre Manica.
Niente niente Norvegia, cioè fuori dalla Ue, ma dentro il mercato comune.
Niente modello Svizzera, con una forma di associazione al mercato comune.
Niente modello Turchia, fuori dal mercato ma dentro l’unione tariffaria doganale.
«Non vogliamo mantenere dei pezzi di Ue, nel momento in cui la lasciamo», spara la premier un po’ troppo certa del proprio ‘appeal’, o forse per nasconedere ragionevoli dubbi.

Una ‘Global Britain’, decisamente presuntuosa e un po’ mignotta, pare di capire. «Il migliore amico dei nostri partner europei, ma che cerca amici, rapporti e alleati oltre i confini dell’Europa, nel mondo». Questo, secondo Theresa May, sarebbe il mandato del referendum del giugno scorso, senza pentimenti, distratta sul dettaglio che il voto per la Brexit ha prevalso per una manciata dui voti mostrando un paese diviso a metà e che oggi forse rovescerebbe quel risultato finale.
Il rischio che il suo parlamento potrebbe bocciare l’accordo non la sfiora, o così fa finta. I liberaldemocratici già protestano che il referendum non conteneva alcuna domanda sull’uscita dal mercato comune.

Prova anche a fare la dura la signora Teresa. «Se in Europa qualcuno vuole punirci per l’uscita dalla Ue, attenzione, sarebbe un errore innanzi tutto per l’Europa, noi cambieremmo modello economico, abbasseremmo le imposte, attireremmo investimenti».
Plateale ricatto: se ci maltrattate, diventeremo un paradiso fiscale appena al di là della Manica.
Dichiarazioni forti e nascondere debolezza, osservano in molti.
Mentre la premier parlava, la sterlina continuava a scendere, arrivando a 1,45 nel cambio con l’euro.
Possibili elezioni anticipate a livello nazionale. Elezioni anticipate certe in Irlanda del Nord a marzo. Di qui ai prossimi due anni ne vedremo certo delle belle, e non non è così sicura sarà davvero la nostra Theresa May la condottiera della Britania Globale fuori dal Continente Ue.

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