lunedì 23 aprile 2018

Pena capitale per Dylann, stragista con la colpa dell’odio

Condanna a morte per Dylann Storm Roof, giovane bianco che nel giugno del 2015 compì una strage in una chiesa metodista a Charleston. Uccise nove afroamericani. Roof oggi ha ventidue anni. Il suo crimine: l’odio. Il suo sogno: la supremazia bianca.
Furono invece ventuno anni di carcere per Anders Behring Breivik, responsabile della strage sull’isola di Utøya, in Norvegia. Differenze di diritto e di civiltà.
L’ultima condanna a morte in Italia è stata eseguita nel 1947, ma dal codice penale militare si è provveduto a cancellala solo nel 1994. Praticamente ieri. Oggi, molto faticosamente va avanti il dibattito sull’ergastolo, mentre si fa fatica a introdurre nel nostro ordinamento il reato di tortura. Mentre sussurrano cupi sondaggi…
In un’indagine di Skuola.net dello scorso anno, uno studente su due si dichiarava favorevole alla pena di morte. Anche nel caso in cui il colpevole sia minorenne o non in grado di intendere o di volere.

Non vi sarà sfuggita. La condanna a morte di Dylann Storm Roof, il giovane bianco che nel giugno del 2015 compì una strage in una chiesa metodista di Charleston. Morirono nove persone, afroamericani. Roof oggi ha ventidue anni. Il suo crimine: l’odio. Il suo sogno: la supremazia bianca. Altri dettagli potete andare a leggerli, come il fatto che l’attacco era stato progettato da tempo, che sembra mai abbia dato segni di rimorso… e tutte le cose che, leggo, hanno fatto dire al familiare di una vittima: “la sentenza manda un messaggio forte, che i crimini d’odio non possono essere tollerati”. Una sentenza anticipata a suo tempo dalla dichiarazione della presidente del Nord Carolina: l’omicida deve morire.
La notizia non sembra abbia suscitato grandi dibattiti dalle nostre parti… eppure tanto ci siamo stracciati le vesti intorno alla sentenza che aveva condannato a “solo” ventuno anni di carcere Anders Behring Breivik, responsabile della strage sull’isola di Utøya, in Norvegia. Scusate, ma il confronto viene automatico. Fra barbarie e civiltà…

Guardando la foto di Roof… un volto da ragazzino, imbronciato, arrabbiato, perso… gli occhi che sembrano spenti da sempre. Un amico mi ricorda che in alcuni articoli letti dopo la strage, saltava fuori un profilo piuttosto confuso di quel giovane… disoccupato, divideva la stanza con un amico al quale aveva confidato quel progetto di morte, che si sarebbe dovuto concludere con il suo suicidio…. “Un ragazzo bianco di 22 anni, disoccupato, naviga in quella zona melmosa di precarietà sociale che acutizza la guerra fra poveri, e scatena odi razziali, a Charleston, come a Londra, Parigi…”
Roof sembra sia stato giudicato sano di mente. Ma, soprattutto pensando al suo piano e alla pulsione che lo ha mosso, c’è da chiedersi cos’è mai, o cosa non è, la sanità di mente…
Ucciderlo, alla fine non sarà altro che perfezionare il suo folle progetto. In qualche modo sottoscrivendolo. Nichilista lui, ma non solo…

Eppure subito dopo la strage alcuni dei parenti delle vittime avevano parlato in qualche modo di perdono. Non perché pena non sarebbe dovuta esserci, ma perché, loro, capaci di capire che la condanna a morte del ragazzo non li avrebbe risarciti di nulla, mentre la condanna a morte di un bianco avrebbe potuto soffiare sul fuoco degli odi razziali… Ma per arrivare a tanto sentire, forse, bisognerebbe non essere magari politici affannati a raccattar voti, o venditori d’armi che in un mondo riappacificato vedrebbero la loro fine…
Eppure quei parenti di vittime, nella loro dolorante saggezza, avrebbero potuto indicare una via… Roof avrebbe voluto perfezionare il suo piano dando la morte a se stesso? Ebbene no. Avrebbe dovuto vivere, per avere modo e tempo di elaborare e capire la gravità del delitto… per capire e far capire…

La pena di morte, la storia lo dimostra, non è deterrente. Anche perché se si arriva a superare il limite oltre il quale la vita (di chiunque) non ha valore, è perso anche il senso del valore della propria. Quindi che importa? E la vicenda di Roof a suo modo lo conferma…
E’ quello che fra l’altro ci ha insegnato Cesare Beccaria. “Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini…”. Che la lunghezza più che la pesantezza della pena, sosteneva Beccaria, sarebbe deterrente…
Passaggio cruciale nel cammino dalla barbarie alla civiltà. Cammino lungo, contraddittorio e faticoso. E fra la barbarie e la civiltà… noi come ci collochiamo?
Noi che civilissimi vogliamo sentirci, con quel tantino di ipocrisia che abbiamo nelle vene, abbiamo inventato quel fine pena mai che è una sorte di condanna a morte camuffata. Con le mani che, per carità, mai si sporcheranno del sangue, quelli proprio cattivi abbiamo pensato di murarli vivi, senza possibilità d’appello. Lasciandoli morire un po’ ogni giorno. Finché morte da questo mondo non li separi…

Fra barbarie e civiltà… Vale la pena di ricordare che l’ultima condanna a morte nel nostro paese è stata eseguita nel 1947 ( appena tre quarti di secolo fa), ma dal codice penale militare si è provveduto a cancellala solo nel 1994. Praticamente ieri. Oggi, molto faticosamente va avanti il dibattito sull’ergastolo, mentre si fa fatica a introdurre nel nostro ordinamento il reato di tortura. Mentre qua e là a tratti sussurrano cupi sondaggi…
In un’indagine di Skuola.net dello scorso anno, uno studente su due si dichiarava favorevole alla pena di morte. Il 43 per cento (pensate…) anche nel caso in cui il colpevole sia minorenne o non in grado di intendere o di volere.
E non solo sondaggi … qualche anno fa sono andata in un liceo a parlare di ergastolo… circa duecento ragazzi radunati in una palestra che bravi bravi hanno ascoltato… qualcuno ha poi fatto compunte domande e osservazioni… umanità, senso della pena, recupero del condannato eccetera eccetera.. Alla fine una ragazza si è alzata e ha detto: “ma che dite?” e ha espresso un concetto tipo “buttare la chiave”. L’applauso che ne è seguito è stato un boato che quasi quasi faceva cadere il tetto della palestra. E finalmente è uscito fuori il sentire profondo.

Per fortuna non sempre è così, ma…
… ma c’è anche da chiedersi quale arretramento culturale abbiamo prodotto nell’ultimo quarto di secolo. E se la situazione del mondo non aiuta a ragionare una riflessione collettiva sul senso della pena forse proprio dalla scuola dovrebbe ripartire.
Non vi spaventi il salto a episodio tanto estremo, ma Gatto randagio è convinto che il buio che nasce dalla non abitudine a interrogare e interrogarsi, a guardare il volto dell’altro, a immedesimarsi, uscire dalla logica ottusa del tutto e subito, e pensare alle conseguenze dei propri gesti… è da leggere nel volto di quell’altro ragazzino che, a sedici anni, non trova altra risposta alla sua rabbia e frustrazione, che uccidere i genitori… distruggendo, con quel gesto il cui orrore ancora sembra non saper elaborare pienamente, anche la propria vita…

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