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domenica 22 Settembre 2019

C’era una volta l’Unità

‘LA NOSTALGIA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA’. L’Unità nel ricordo strappato a Vincenzo Vasile. Lui è uno di quei giornalisti di scuola siciliana, ricco di cultura, prodigo di battute e avaro di esternazioni, che quando li ha buoni, i sentimenti, si sente costretto quasi a nasconderli. Oggi un po’ è così e un po’ il contrario, che quando parla di Renzi e dell’ultima Unità, t’accorgi che ‘frena’ solo per bontà d’animo, (ma a lui non ditelo).
Poi c’è l’Unità che tra i giornali di Partito del secolo scorso, ma, diciamolo chiarezza, tra i giornali clandestini che hanno dato guida e sostegno alla Lotta di Liberazione, è stata forse la testata più importante e, sino al periodo berlingueriano, un punto di riferimento nel dibattito politico nazionale.

Una volta trovai in una sezione comunista una copia dell’Unità con un mio articolo sottolineato quasi tutto con la matita rossa e punteggiato da esclamativi e interrogativi (e si trattava di un pezzo di cronaca).
C’è chi a questo punto è pronto a tirare una conclusione: il fatto è che l’aver trasformato quell’Unità, difficile ma spesso felice, miscuglio di informazione e propaganda (loro adesso la chiamano comunicazione), in un foglio di pura ripetizione degli slogan del capo e della sua cerchia, doveva necessariamente e ineluttabilmente provocare la debacle alla quale stiamo assistendo.
Questo forse è vero, ma non può essere l’unica spiegazione.

Non ricordo nessuna stagione d’oro da rimpiangere, ma una irripetibile esperienza professionale e culturale prima ancora che politica. Oggi i colleghi sopravvissuti pagano l’appiattimento sul governo Renzi, e le sconfitte che esso ha subito davanti all’opinione pubblica e all’elettorato.
Ma non era detto che venissero travolti in modi che oggi ci appaiono brutali quanto forse irreparabili.
Quando i Ds erano in forte declino all’inizio del secolo le direzioni Colombo-Padellaro consentirono al giornale di ripartire dopo un’assenza dalle edicole che durò otto mesi e di estendere i propri lettori in modo assai più ampio degli ambiti dell’elettorato dei Ds.

Io potei rimanere a scrivere, e con qualche ruolo di rilievo, anche quando abbandonai i Ds (durante la segreteria Fassino). Era, insomma, un giornale plurale – abbastanza plurale – che faceva riferimento a un partito e a una sinistra plurale, abbastanza plurale.
Invece volta per volta negli anni successivi abbiamo trovato in edicola, un giornale normalizzato e ricondotto al pensiero e agli interessi di gruppi sempre più ristretti, il giornale “di” qualcuno, l’Unità “di” Soru, “di” Bersani, “di” Renzi. Doveva finire così…

Bando alla nostalgia, anche perché, come lessi su un muro nel ’68, «la nostalgia non è più come quella di una volta».
Ne ho viste tante. L’Unità ne ha viste tante.

Vasikle

Pensa che la mia prima Unità aveva come direttore Aldo Tortorella, mandato “in punizione” a dirigere il giornale del partito perché già allora troppo “di sinistra”, e un ex epurato dopo la sconfitta di Ingrao, come Ugo Baduel (ex democristiano, come Fortebraccio) era la penna più brillante e il collega più simpatico.
Poi ebbi come direttori una sfilza di dirigenti politici che ci stupivano perché ragionavano come i giornalisti, ciascuno alla sua maniera, Reichlin, Pavolini, Petruccioli, Macaluso, Chiaromonte, D’Alema Veltroni.
E poi gli “interni” Foa, Caldarola, e quanti me ne sto scordando…
Era ancora viva Nilde Iotti quando in prima pagina uno storico accusò Togliatti di avere tramato per tenere in carcere Antonio Gramsci.

Per ogni “Unità di..”, io serbo ricordi belli e cattivi, ma è da notare – anche se non è facile spiegarlo a chi non ha vissuto questa esperienza irripetibile – che prevalgono quelli pessimi a mano a mano che hanno cominciato ad alternarsi alla testa della società editrice e delle redazioni soci e direttori “esterni” che venivano presentati come “salvatori”dalle diverse e ripetute crisi aziendali.
Fu così quasi sempre, tranne per la parentesi Colombo Padellaro, quando fiorirono – tra tante difficoltà e contraddizioni – cento fiori, idee editoriali, iniziative, e la curva delle vendite per la prima volta all’inizio di questo secolo, dopo otto mesi di chiusura s’impennò, in una fase di declino anche d’immagine della leadership ex pci: erano gli anni in cui Nanni Moretti gridava a piazza del Popolo, indicando sul palco Fassino e Rutelli: “con questi non andremo da nessuna parte”.

Riuscimmo a collegarci con i movimenti tumultuosi della “borghesia riflessiva” che imponeva nuove scelte alle forze politiche, e nuove scelte editoriali al giornale della sinistra.
Solo queste ultime vennero tentate e in parte praticate dal nostro giornale, il partito alla fine si chiuse in se stesso, quei direttori vennero più o meno cacciati, e iniziò una serie di disastri ai quali non partecipai, perché fui anch’io nel mio piccolo tra gli epurati.
Le catastrofi editoriali procurate da soci e direttori sempre più esterni ed estranei alla nostra storia vengono a coincidere con la trasformazione traumatica del “partito di massa” in partito personale del leader, che culmina nel renzismo, ma ha avuto sia nel giornale sia nel partito una lunga e travagliata gestazione precedente.
A crollare a pezzi in questi giorni non è dunque , sia ben chiaro, il “giornale di Renzi” ma la coda avvelenata di una storia bene più lunga e complessa.

Post scriptum (alla vecchia maniera).
Mentre questo articolo andava in macchina l’autore ha letto l’intervista di Renzi a Repubblica.
L’ex presidente del Consiglio a un certo punto affronta il caso dell’Unità, e annuncia: “Farò di tutto”.
Non la smette con le minacce?

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