La Republika Srpska festeggia e i Balcani si agitano

Il referendum scontato tra i cittadini dell’entità serba della Bosnia a favore dell’istituzione di una loro festa nazionale. E il Presidente della Srpska, Milorad Dodik, che cerca di far dimenticare al mondo il suo predecessore Karadzic, ha deciso di organizzare la giornata in grande stile, invitando nella sua capitale Banja Luka i leader dei Paesi o dei partiti amici, fra cui il Front National francese, che già puzza di provocazione. E così è stato. Come Dodik voleva e come qualche sciocco ha aiutato.

Guerra dichiarata da parte delle autorità centrali di Sarajevo, che dopo aver fatto esprimere la corte Costituzionale contro il voto popolare dichiarandolo nullo, hanno minacciato più volte i politici di Banja Luka. Mobilitato anche il locale Comando NATO, che, con qualche confusione sul suo ruolo, nei giorni scorsi ha vietato coinvolgimento di qualsiasi effettivo delle forse armate bosniache. Mossa azzardata. Se l’Alleanza Atlantica può esprimersi su questioni interne alla Bosnia, le sue forze armate del Paese sono di fatto di proprietà della NATO? Dodik ci marcia facile e pesante.

Ed ecco la proposta di tornare indietro, “all’ordine di Dayton”, eliminando ogni dispositivo militare della Bosnia tornando alle due Forze Armate della Federazione croato-musulmana e della Republika Srpska, che si erano con tanta dedizione scannate nei primi anno ’90. I progressi del gambero, con chi è per l’accentramento di sempre più poteri nazionali a Sarajevo che fa i conti come maggioranza bosgnacco-musulmana nel Paese. Obiettivo disinteressati e neutrali pochi, da quelle parti.

Valentin Inzko, Alto Rappresentante dell’ONU in Bosnia, è arrivato a paragonare la festa nazionale della Srpska ad un’ipotetica celebrazione della Croazia indipendente filo-nazista alleata di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale. Due nemici su tre in un colpo solo non è male per un diplomatico. Poi è stato flipper, con scemenze a rimbalzo. La Presidente croata che non ha certo gradito il ‘memento Pavelic’, ha attaccato sia Banja Luka che Belgrado, accusando la capitale che ha fatto guerra al regime fascista croato di aver al suo interno un buon numero di “fascisti”. Imbarazzante gara: ‘I miei fascisti sono meno fascisti dei tuoi’?

E la questione serbo bosniaca svela altri retroscena. Zagabia teme la progressiva integrazione della Serbia all’interno dello scacchiere europeo. Vecchi residui del ‘miloscevismo’ e parte della destra nazionalista alla Sescegli che negli ultimi anni del despota lo sostenevaa. Ma non è che la Croazia, in quanto scheletri nell’armadio stia molto meglio. Anzi. Questo scambio di “cortesie” fra i principali eredi dell’ex-Jugoslavia si inserisce all’interno dei recenti sviluppi dell’area, sempre più divisa dalle tensioni che le guerre degli anni ’90 non sono riuscite a cancellare e dalla corsa al riarmo resa possibile dal leggero miglioramento della situazione economica.

Due i più pericolosi due pericolosi focolai di instabilità, rileva Luka Susic su Analisi Difesa. Primo la Bosnia, che sopravvive più per volontà degli Stati che hanno contribuito a crearla che per quella dei suoi abitanti, il secondo dalla crescente insoddisfazione degli albanesi che, come i serbi, vivono in quattro diverse nazioni. Problemi evidenti da anni, e neppure un tentativo di trovare una soluzione ad evitare altre guerre balcaniche che altrimenti, prima o poi torneranno. Nei Balcani la questione della Patria e delle “terre irredente” viene presa estremamente sul serio, e questo vale anche per i Servi rispetto al Kosovo delle loro origini.

Poi le forzatura provocatorie modello Dodik in Serbo Bosnia. Ma sul fronte opposto c’è chi, senza rumore, ha combinati di peggio. E’ accaduto quando l’asse Bruxelles-Washington ha permesso che la comunità musulmana procedesse nella sua differenziazione (in parte artificiosa) da quella croata e serba adottando il “bosniaco” come lingua ufficiale e una versione di Islam non autoctono come propria religione. Adesso qualcuno scopre le presenze jihadiste pericolose figlia e ormai nipoti di quelle formazioni internazionale di aiuto fraterno musulmano giunte in Bosnia e a Zenica nel 1993 con i mujhaeddin della ‘Legione araba’.

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