martedì 16 luglio 2019

Il 15 a Parigi, su Israele Palestina, la prova se l’Europa esiste

Il 23 dicembre il Consiglio di Sicurezza ONU, per la prima volta con l’astensione degli USA, approva una risoluzione di condanna per gli insediamenti coloniali israeliani nei Territori Palestinesi Occupati perché violano il diritto internazionale.
La reazione dei vertici israeliani è furiosa. L’ambasciatore di Tel Aviv all’ONU, Danny Danon, dichiara che «Né il Consiglio di Sicurezza dell’ONU né l’Unesco possono spezzare il legame fra il popolo di Israele e la terra di Israele». Peccato che quella sia terra arabo palestinese occupata militarmente dal 1967.

Conferenza Sì, conferenza No, e via litigando prima ancora di cominciare. Tutti in attesa del nuovo mezzo padrone del mondo che si Israele pare avere idee più a destra di Natanyahu, che pare oggettivamente difficile.
La Francia l’ha chiamata ‘Conferenza internazionale di pace sul Medio Oriente’, con circa 70 paesi invitatati. Ma le recenti risoluzioni Onu, come detto in sommario, non fanno sperare affatto bene per le conclusioni. Comunque segnale atteso-soprattutto dall’Unione europea- o temuto, da Israele e dalla prossima amministrazione Trump.

Il ministro della difesa israeliano Lieberman, dichiara che la conferenza di pace di Parigi «è un tribunale contro Israele…. Non una conferenza di pace ….ma qualcosa il cui scopo è danneggiare la sicurezza di Israele e la sua reputazione» e quindi annuncia che non vi parteciperà perché «è un incontro di antisemiti».
Nel frattempo, il comune di Gerusalemme dà il via al progetto per la costruzione di 618 case per coloni e il quotidiano “Israel HaYom”, vicino al premier, comunica che sono pronti progetti edili per 5.600 appartamenti da realizzare a Gerusalemme Est nelle colonie israeliane.
Il presidente israeliano Reuven Rivlin dichiara che la Risoluzione del Consiglio di sicurezza «è uno schiaffo alla pace e alla verità».

70 anni di risoluzioni Onu disattese
In realtà, la risoluzione del dicembre 2016 riafferma cose già esposte in decine di decisioni Onu precedenti. Due tra tante le risoluzioni chiave:
1948, diritto al rientro dei profughi palestinesi in Palestina, oltre al risarcimento per le perdite di terra e casa e compensi per quanti non intendevano esercitare tale diritto;
1967, obbligo per Israele di ritirarsi dai Territori Occupati nella guerra dei 6 giorni e dalle alture del Golan siriano.
Non evidenziato dalla stampa, la recente risoluzione prevede la possibilità di intervento della Corte Penale Internazionale, davanti alla quale potrebbero essere condotti i responsabili della politica coloniale israeliana senza però aprire la strada a un dibattito su eventuali sanzioni economiche contro Israele.

In altri termini, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est sono Territori Occupati militarmente da 1967 da Israele, che come potenza occupante non può insediarvi la sua popolazione civile.
Firmando gli Accordi di Oslo del 1993 Israele ha accettato di definire “in negoziati finali” con i palestinesi lo status di Gerusalemme, riconoscendo che per il diritto internazionale non ha valore la sua decisione unilaterale, presa con un voto della Knesset 35 anni fa, di annettersi e proclamare sua capitale l’intera città, incluso il settore arabo.
Lo stesso vale per le alture del Golan, annesse unilateralmente ma che restano un territorio siriano occupato.
Indietro nel tempo, i fondatori dello Stato d’Israele accettarono il piano di spartizione della Palestina storica del 1947 che non includeva nello Stato ebraico Gerusalemme, la Cisgiordania e Gaza e altre importanti porzioni di Palestina.

Quella palestinese “terra nullius”?
Gli eventi successivi sono il frutto di guerre, conflitti armati e fatti creati sul terreno, come fra gli altri, l’occupazione e annessione del Golan siriano del 1967 e, dal 2002 in avanti, la costruzione del “muro di sicurezza” di 750 km al di là della linea verde – quella dell’armistizio del 1948 – e all’interno di terre palestinesi.
Ricerche e studi provenienti da parte israeliana: il professore Oren Yiftachel, insegnante nel Negev parte dal concetto giuridico di “terra nullius”, utilizzato durante il periodo coloniale per definire terre senza diritti di sovranità o proprietà come “terre di nessuno” mentre in realtà vi vivevano e lavoravano autoctoni.

Per secoli questa menzogna ha fornito agli europei una giustificazione legale per strappare il controllo dei territori e allontanare gli autoctoni nel mondo intero. Questo concetto – finalmente reso nullo e consolidatosi solo 150 anni fa in Inghilterra – affermava, come su detto, che “le terre dei popoli nativi di America, Africa, Asia e Australia che non erano formalmente accatastate o gestite in modo moderno” erano da considerarsi “prive” di diritti legali.

In pratica, l’invasore diviene anche legislatore, garantiva che l’accaparramento delle terre a danno dei nativi sarebbe rimasto coperto da un ingannevole velo di “legalità”. Il concetto di “terra nullius” ha comunque operato nel mondo fino al xx° secolo inoltrato quando è emersa una legislazione opposta che sostiene i diritti umani e riconosce quelli dei popoli indigeni e gradualmente ammesso che anche le culture e i popoli colonizzati hanno legittimi sistemi di leggi, di proprietà e di governo.

Le Nazioni più o meno Unite e poi, Israele
Due esempi in merito:
il caso “Mabo” del 1992, quando la Corte Suprema australiana ribalta il concetto giuridico di “terra nullius” e molti altri Paesi hanno fatto altrettanto;
la dichiarazione ONU sui diritti del popoli indigeni del 2007 delinea le nuove norme internazionali che rispettano le leggi consuetudinarie e proibiscono l’appropriazione di terre e risorse dei nativi o il trasferimento forzato di comunità autoctone.
Al contrario, alla fine di dicembre 2016, il disegno di legge israeliano, noto come “Legge della Regolarizzazione”, intende legalizzare persino “avamposti” – non autorizzati e illegittimi anche per Israele – in Cisgiordania. Disegno di legge che riprende il concetto della “terra nullius”, a detrimento dell’ormai consolidata legislazione internazionale sul punto.
In altri termini, il disegno di legge è parte del sistema iniziato 70 anni addietro, attraverso il quale le terre palestinesi sono state trasferite agli ebrei con mezzi che “legalizzano” l’esproprio da parte dello Stato occupante.

Sotto le mentite spoglie della legalità
La messa in pratica dell’approccio della “terra nullius” è iniziata nel 1948 e si è aggravata nel 1967 quando l’esproprio a danno di singoli individui ha riguardato le collettività, impedendo la realizzazione di uno Stato palestinese.
Lo studio del 2012 di B’Tselem, Ong israeliana, intitolato “Sotto le mentite spoglie della legalità”, documenta i modi in cui Israele ha manipolato le leggi ottomane e inglesi per trasferire terre private palestinesi in mani israeliane ed ebraiche.
Il rapporto dimostra che Israele non solo ha gravemente violato le leggi internazionali, ma anche quelle nazionali, stravolgendo le norme fondiarie ottomane e britanniche, nonostante l’obbligo per lo Stato di conservare ogni norma legale già esistente nelle regioni occupate.
Il processo distorto in Cisgiordania si basa sul fatto di dichiarare che le terre incolte nelle zone agricole dei villaggi possono essere dichiarate terre statali nonostante, secondo il diritto ottimano, ognuna di tali terre non coltivate debba essere prima offerta ai precedenti proprietari, poi al villaggio di appartenenza o essere venduta con un’asta pubblica.

Israele ha ignorato le clausole più scomode del diritto ottomano e le ha sostituite con ordinanze del Mandato inglese sugli ex territori dell’impero ottomano, che erano concepite per delimitare le terre pubbliche in un contesto completamente diverso.
Questa distorsione ha fornito le basi per una massiccia e illegale “israelificazione” delle terre palestinesi.
La banale ed eterna legge del più forte.

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