Turchia bersaglio vittima di se stessa e di Erdogan

La schizofrenia della politica estera turca
Recep Tayyip Erdoğan, presidente padrone delle Turchia che fu laica, senza esitazioni sulla islamizzazione progressiva in casa, si rivela esitante in politica estera. Giravolte clamorose, trasformista più e meglio di Fregoli, ma colpi di scena che non sempre hanno portato ai vantaggi cercati, ma anzi, spesso, a crisi pericolose e tutt’ora aperte.
Di fatto la Turchia, dopo il lento distacco dal modello kemalista che puntava tutto sul legame con l’Europa e con l’Alleanza atlantica, con Erdogan non è mai riuscita a definire una strategia estera stabile e coerente. Non soltanto giravolte politiche a 180 gradi come l’attuale alleanza con la Russia, ma incoerenze varie e minute.

Diplomazia giostra
Il presidente turco non ha smesso di sostenere la candidatura del suo paese all’Unione europea, ma ha cercato al tempo stesso di farlo diventare una grande potenza regionale. Di quale ‘regione’ e con quali obiettivi? Negli ultimi anni abbiamo visto la diplomazia turca muoversi verso il Caucaso, i Balcani e i paesi arabi.
L’allora ministro Ahmet Davutoğlu l’aveva definita la strategia “zero nemici”, con i tentativi di riavvicinamento con l’Armenia o con la Serbia, e stretti rapporti con il Kurdistan iracheno. Ex impero ottomano, e quindi l’antica rivalità con l’Iran in Azerbaigian e in Armenia, e tensioni con la Russia, nell’area di influenza postsovietica. Esattemente il contrario delle alleanze operative oggi.

La quasi guerra ad Assad nel 2011
Con l’esplosione della primavera araba e con l’insurrezione dei ribelli in Siria, fine della politica di “buon vicinato” . Nel novembre del 2011 la Turchia ha quasi dichiarato guerra al regime di Bashar al Assad e ha sostenuto l’opposizione sunnita. Mentre il partito personale di Erdogan, l’Akp, diventa modello in Tunisia e in Egitto, dove i Fratelli Musulmani promettono ‘giustizia e sviluppo’ tradotte dal turco.
Ed ecco la Turchia passare da una ‘politica di buon vicinato’ con tutti, a una strategia mediorientale con alcuni. Erdoğan come massimo esponente della causa araba sunnita, da Gaza fino ad Aleppo, favorito dalla rottura della tradizionale alleanza con Israele dopo il caso della Freedom flotilla nel 2010. Era una volta.

Leader dei sunniti
In quella fase, una decina di anni fa, in casa turca, l’islam sunnita viene posto al centro dell’identità nazionale turca, andando oltre al nazionalismo etnico. Il Paese si apre al riconoscimento della cultura curda permettendo l’uso della lingua. Concessioni anche alle minoranze cristiane. E si parlò allora di “nuovo ottomanesimo”, ossia di una politica “islamista” portata avanti da un presidente che veniva caricaturato come ‘nuovo sultano’.
E di colpo non c’è più nulla di islamista nella politica estera della Turchia. Svolta, risvolta, trisvolta in lingua inventata.
L’improvvisa alleanza con l’Iran e la Russia contraddice assieme orientamento ottomano e islamista.

Asse Teheran-Damasco-Mosca
La convergenza di Ankara verso l’asse Teheran-Damasco-Mosca e la fine del sostegno ai sunniti siriani, ha reso possibile la caduta di Aleppo, che solo la Turchia avrebbe potuto trasformare in un santuario da rispettare, sostiene su Le Monde, Olivier Roy.
Contemporaneamente abbiamo assistito a un riavvicinamento di Ankara a Israele, l’abbandono dei Fratelli musulmani e la fine di qualsiasi ipotesi islamista nella politica estera della Turchia. Semplice opportunismo, visto che il momento dei Fratelli musulmani è finito.
Ma soprattutto però, il governo turco è di nuovo ossessionato dall’irredentismo curdo, quel milione di curdi siriani diventati una delle principali forze militari e politiche della Siria con il sostegno degli Stati Uniti.

Il colpo di Stato variamente utile
Le severe epurazione inflitta all’esercito, soprattutto nei corpi “tecnici” come l’aviazione e all’ apparato di sicurezza ha reso l’esercito turco incapace di giocare un ruolo decisivo nella Siria di fronte alla coalizione russo-iraniana, considerano i tecnici di cose militari e di sicurezza. E lo vediamo nell’incertezza delle indagini sull’attentato di Capodanno a Istanbul.
Altri sottolineano la paranoia antiamericana di Erdogan sulla scia del suo arcinemico Gülen che gli Usa non vogliono consegnargli.
Giravolte politiche per iracondia, forse, per incoerenze intellettuali, per trasformismo connaturato,
o forse semplice a un cinismo strategico. La cara vecchia realpolitik.

Tanti nemici e onori molti dubbi
In un colpo solo, la Turchia ha abbandonato al loro destino i ribelli sunniti in Siria che aveva usato per impedire ai curdi siriani di occupare tutto il campo, ha lasciato che l’aviazione russa e le truppe sciite distruggessero Aleppo, la città ottomana per eccellenza. ‘Ad Aleppo sono morti anche il sogno dell’impero ottomano e la solidarietà sunnita’, conclude Olivier Roy. L’abbandono dell’immaginario del regime Erdogan sarà destinato a pesare tra gli elettori dell’Akp.
Assieme alle insofferenze per i milioni di profughi siriani. Altalena politico diplomatica giustificata sempre dagli interessi nazionali prevalenti, ma gli inciampi ripetuti, e la sfida montante del terrorismo aiutano a far crescere dubbi.
“Duro colpo all’immagine del sultano”, scrive Le Monde, mentre rimane nel dubbio la ridefinizione del ruolo della Turchia nella regione.

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