venerdì 19 luglio 2019

L’integralismo islamico dall’Asia, popolo uiguri e festività ‘crociate’

Le autorità turche avrebbero identificato il responsabile dell’attacco alla discoteca Reina: un uomo di 25 anni che sarebbe originario dello Xinjiang cinese e membro della minoranza uigura. “Gli inquirenti ne avrebbero accertato la nazionalità”, ha affermato il canale televisivo ‘CnnTurk’, e il quotidiano ‘Haberturk’ afferma nell’edizione online che l’uomo sarebbe originario non delle Repubbliche ex sovietiche dell’Uzbekistan o del Kirghizistan, come riferito in un primo momento.
L’internazionale integralista Islamica.

L’Internazionale integralista islamica. Dunque un lupo solitario stragista arrivato alle porte dell’Europa dal Turkestan Orientale, che ben pochi sino ad oggi sapevano esistesse e dove era. Un jiadista assassino della regione autonoma della Cina nord-occidentale abitata dagli uiguri, etnia di fede musulmana e che parla una lingua simile al turco. Centinaia di jihadisti uiguri negli ultimi anni si erano spostati a combattere in Siria, prima nelle fila di al Qaeda/al-Nusra e poi con Isis. Oggi sono impietosi foreign fighters pronti a tutto.

Le tentazioni imperiali  ottomane. La questione degli Uiguri. Il governo di Ankara ha accolto e continua ad accogliere migliaia di cittadini turcofoni musulmani che lasciano lo Xinjiang per le misure restrittive imposte da Pechino. Mentre in Medio Oriente la Turchia si trova ormai in prima linea contro lo Stato Islamico, più per l’interesse di domare le questioni separatiste interne, su un altro fronte, tutt’altro che secondario, Ankara ha dedicato attenzione alla causa degli Uiguri che popolano la regione autonoma cinese dello Xinjiang.

Il laicismo di stato cinese. A Uruqmi, capitale della regione cinese a maggioranza uigura, Pechino ha imposto un laicismo di stato severissimo. Il divieto di osservare il digiuno nel mese sacro del Ramadan, ad esempio. O il divieto di indossare il velo integrale e alle moschee per sole donne. Repressione giustificata da Pechino dall’ attivismo del Movimento Islamico del Turkestan Orientale, un gruppo militante separatista che lotta per l’indipendenza. Secondo la versione ufficiale cinese, i militanti uiguri sarebbero addestrati in Medio Oriente, ragione per cui il governo rifiuta sempre più spesso di emettere passaporti a cittadini uiguri.

Minoranza islamica in fuga. Conseguenza diretta, la minoranza turcofona cinese dello Xinjiang tenta di abbandonare la Cina illegalmente passando per Vietnam, Thailandia o Cambogia. Il governo cinese sa che il risentimento degli uiguri e la vicinanza geografica all’Afghanistan e al Pakistan rendono lo Xinjiang un terreno fertile per il terrorismo islamico. Numerosi gli arresti di uiguri ritenuti colpevoli di aver promosso il jihad. Molti di loro, fu accertato, si erano uniti ai ribelli siriani per combattere l’esercito lealista di al-Asad. Mentre una parte si quei profughi asiaticii si stabilivano nella città turca di Kayseri.

Le debole Turchia autoritaria di Erdogan. Contraddizioni politiche turche ovunque, interne e in politica estera. La crisi della Turchia islamizzata di Erdogan, presidente despota dalla incertezze assolute. Ed è la Turchia bersaglio dell’Internazionale jiadista il lato debole sul fronte siriano. La Turchia che è in guerra con una parte del suo popolo nel Kurdistan interno. Il fianco debole esposto alla vendetta, che lo Stato islamico in ritirata vuole e può colpire. L’Europa e il mondo ora ad augurarsi che la Turchia resista, anche se a costo della cancellazione ulteriore di diritti, libertà e democrazia. Una ‘simil democrazia’ blindata.

La Turchia ‘serva dei crociati’. Isis, che ha rivendicato l’attentato, definisce l’assassino “un eroico soldato del califfato che ha colpito il più famoso nightclub dove i cristiani stavano celebrando la loro festa apostata”. E attacca la Turchia “serva dei crociati”. Faccia contrapposta di quell’integralismo, la Turchia che odia il Natale. «Müslüman Noel kutlamaz». Un musulmano non può festeggiare il Natale. Fino a pochi anni fa sembrava la presa di posizione di un gruppo di fanatici. Adesso, spiega Marta Ottaviani su La Stampa, è la versione ufficiale della Diyanet, l’Autorità per gli Affari Religiosi, che gestisce l’amministrazione del culto islamico.

L’islamismo fanatico turco. La denuncia era arrivata dal quotidiano «Cumhuriyet», uno dei tre rimasti nel Paese a non essere controllati dal presidente della Repubblica Erdogan. Nel sermone di venerdì 30, a ridosso del Capodanno, 80 mila imam hanno invitato a non «assumere atteggiamenti contrari alle loro usanze e agli ambienti di provenienza». Nel sermone si sottolineava come il periodo fra Natale e Capodanno, celebrato a livello globale, rischiasse di corrompere lo spirito del popolo turco. Poi, con il passare degli anni, le pressioni della Turchia più conservatrice sono diventate sempre più farti, assieme alla radicalizzazione della società.

Apparati di sicurezza turchi decimati. La Turchia bersaglio e assieme la Turchia che genera i suoi mali, o almeno li favorisce. Un mostro che scopre di aver generato in casa, e contro cui ha pochi strumenti efficaci con cui combattere. E contro cui a poco servono le migliaia e migliaia di poliziotti sparsi in ogni angolo del Paese. Servirebbero strumenti politico e culturali dopo la regressioni di stampo fideista e autoritario del presidente despota. Con gli stessi apparati di sicurezza, intelligence e antiterrorismo, quasi azzerati nella caccia alle streghe contro ‘traditori e golpisti’ amici di Gulen. Troppi fantasmi nella leadership sempre più confusa di Erdogan.

 

 

L’AMMONIMENTO DI MIMMO LOMBEZZI

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