giovedì 18 luglio 2019

Vizi antichi, prima di Roma solo Babilonia e terza Bisanzio

C’era una volta, come per narrare le fiabe. Storie belle o brutte. A volte per consolarci a volte per ammonire. ‘C’era una volta’ di oggi, il sabato del suo consueto appuntamento tra storia e attualità, non poteva evitare la catastrofe della giunta Raggi nella capitale non più del mondo ma della povera ma dignitosa Italia.
Ed ecco Giovanni Punzo proporci una classifica delle capitali antiche vizio per vizio. Roma soltanto seconda dopo Babilonia, e Bisanzio, che prima di diventare Costantinopoli (e poi Istanbul) era detta la seconda Roma, finita come terza. Quasi uno sciogli lingua.
Perché, come disse del maldicente Procopio: «Raccontando queste cose inaudite, tali forse da non essere nemmeno credute, spero che il potere dei tiranni possa cessare proprio mettendo tutti al corrente delle loro malefatte».

«Il bilancio deve essere equilibrato, il tesoro ripianato, il debito pubblico ridotto, l’arroganza della burocrazia moderata e controllata, e l’assistenza alle nazioni estere tagliata, per far sì che Roma non vada in bancarotta».
«Il buon cittadino è quello che non può tollerare nella sua patria un potere che pretende d’essere superiore alle leggi».
«Ecco un uomo la cui vita e le azioni il mondo ha già condannato ma la cui fortuna enorme ha fatto assolvere».
Marco Tullio Cicerone

 

Tra le città dell’antichità quella che gode di fama peggiore è forse Babilonia, tant’è che citarla è diventata la metafora più comune del disordine estremo, del vizio e di quanto esiste di peggiore nella natura umana. Sebbene i giardini pensili di Babilonia e i profumati roseti nei quali passeggiava la regina Semiramide fossero una delle sette meraviglie del mondo antico, la rappresentazione comune della città resta tuttavia pessima, tramandata da secoli di misticismo biblico che ne hanno fatto l’allegoria più diffusa del male totale da cui non si salva nessuno. Non sembra casuale che, parlando dei conquistatori persiani, se ne sottolinei spesso la clemenza nell’averne preservato i monumenti finché possibile, ma una minor simpatia per i capi della città e una parte significativa della popolazione.

Nemmeno Roma può vantare di aver avuto nel corso dei secoli un’immagine perenne di virtù, giustizia o di esemplare concordia tra i suoi cittadini. Molti storici romani – non senza una certa abilità retorica – hanno spesso sottolineato il venir meno delle antiche virtù nel momento delle invasioni barbariche e come il crollo della città abbia significato la fine dell’impero. Ne è nato il mito positivo della virtù dei bravi cittadini e molti imperi nascenti ne hanno fatto il punto fondante delle loro fortune. A parte l’aspetto religioso di Roma culla del cristianesimo che originerà il Sacro Romano impero, anche la rivoluzione americana e soprattutto quella francese richiamandosi ai valori della repubblica hanno preso solenni ubriacature distendendosi a banchettare nelle sale da pranzo degli antichi romani.

La terza grande città dell’antichità ad aver lasciato un’immagine misteriosa e complicata, incomprensibile ai più, oltre che caotica, è infine Bisanzio. Nata per gemmazione da Roma e dal suo ruolo di capitale imperiale, divenne la Nuova Roma-Costantinopoli, ma ebbe vita assai travagliata fino alla caduta. La sua debolezza intrinseca, secondo lo storico inglese Gibbon era dovuta alla complessità dispendiosa dell’apparato militare e amministrativo, nonché ad un certa pusillanimità insita nel cristianesimo che aveva avuto il sopravvento sulle antiche virtù guerriere pagane. A Costantinopoli però, nonostante le debolezze e le ambiguità osservate dall’inglese, l’immagine della continuità con Roma durò ancora dei secoli.

Sullo sfondo di una città profondamente corrotta, dove tutto aveva un prezzo e tutto si poteva comperare, in mezzo alle lotte dei tifosi delle corse all’ippodromo o alle repressioni sanguinose di movimenti religiosi, una delle vicende più interessanti fu quella dell’imperatore Giustiniano raccontata dallo storico Procopio di Cesarea. In verità, in mezzo ai tanti episodi di perversione, cinismo o avidità narrati, si fa fatica perfino rintracciare una storia compiuta, ma nel suo complesso sembra che Procopio abbia scritto di vicende autentiche. Giustiniano, passato alla storia come il riordinatore della civiltà giuridica romana, ebbe infatti una consorte, Teodora, tutt’altro che angelica e per di più impegnata a tessere trame di potere con tutti i mezzi.

Oggi è facile sorridere della storia antica, soprattutto ripensando al sussiego anche un po’ reticente con cui ci è stata insegnata, ma resta ancora valida una riflessione del maldicente Procopio: raccontando queste cose inaudite, tali forse da non essere nemmeno credute, spero che il potere dei tiranni possa cessare proprio mettendo tutti al corrente delle loro malefatte.

Potrebbe piacerti anche