Obama e l’utile nemico Putin pensando a Trump

Conferenza stampa pre festività di fine anno dell’ancora presidente degli Stati Uniti Barack Obama alla Casa Bianca. L’ultima del suo mandato. Obama sul personale ma non solo: le cose più forti e aggressive Obama le ha destinate alla Russia e al suo presidente Putin, quasi a litigare attraverso una terza persona con le svolte di politica estera promesse da Donald Trump.
Ancora le ipotetiche responsabilità russe nella campagna elettorale a danno di Hillary Clinton. Nelle ore precedenti la stessa Clinton aveva accusato la Russia di risentimento nei suoi confronti.
Obama racconta adesso di prove delle responsabilità russe ma di non averne voluto parlare per non dare l’impressione agli americani di un’ingerenza nella campagna elettorale. Ma ha detto di avere avvisato direttamente Putin di «farla finita».

Obama ha parlato della Russia per tutta la conferenza stampa con toni molto severi, trattandola di fatto come uno stato nemico, anche se ha usato solo il termine “avversari”. Ha annunciato che gli Stati Uniti, interverranno con maggiore forza per impedire che succeda di nuovo quello che è successo -obiettivi dell’ipotetico intervento non dichiarati- e di non credere che le accuse pubbliche siano sempre lo strumento più efficace, spiegando che le scelte contro la Russia saranno anche iniziative “non pubbliche”.
L’uso dei verbi al tempo futuro parlando di speranze o di operazioni in corso sotto il suo comando ora all’epilogo? E quali le ‘iniziative non pubbliche’ che ha voluto far intravvedere?

Sempre sulla Russia, oggi liberato dalle eventuali conseguenze politico diplomatiche dei suoi attacchi, Obama l’ha definita «Un paese più debole di noi, che produce cose che non ci interessano, e che non innova». Quasi un parlare a nuora perché suocera Trump intenda.
Ma alle domande dirette sulla futura presidenza di Donald Trump, Obama ha risposto con diplomazia e prudenza, ricordando che una campagna elettorale e una fase di governo sono due cose diverse e che se anche la transizione può essere accidentata, Trump gli è sembrato ascoltare i suggerimenti ricevuti nel loro colloquio: «Poi cosa farà non lo posso sapere».

L’impressione di un ‘testamento a futura memoria’, quello di Obama. Che ha di nuovo insistito sull’indulgenza di Trump e del Partito Repubblicano nei confronti di Putin, ‘un ex capo del KGB’. «Ronald Reagan si rivolterebbe nella tomba».
Nemico numero 2 e giustificazione finale, Assad. A una domanda sulla Siria e sulle proprie responsabilità, rispeto all’ipotesi di un intervento militare per deporre Assad, Obama ammette: «Volevamo farlo e sembrava la cosa giusta da fare». Poi, i conti con un’opposizione forte da parte di molti elettori e del Congresso, con i bellicosi interessi russi in difesa di Assad, e con l’inesistenza di un’opposizione siriana omogenea con cui costruire un’alternativa.

Obama ha anche ricordato, ultima giustificazione 2016 rispetto alla storia che certo lo chiamerà in causa pert molto altro ancora, le difficoltà e le fatiche dei precedenti interventi in Iraq e Afghanistan, eredità della predente presidenza repubblicana di George W. Bush.
«Per prima cosa dovevo pensare a cosa era giusto per l’America», ha concluso, a giustificare in un colpo solo, la mancata promessa di ritirata completa da quei due scenari di guerra, e, al contrario, di non avere deciso un più deciso intervento militare, ritenuto rischioso per gli Stati Uniti e la sua presidenza.
L’Obama problematico di sempre, aggressivo soltanto nei confronti dell’utile nemico Putin a darsi immagine di forza, con molti spunti di carattere personale già rivolti più alla storia che alla politica.
In attesa del 20 gennaio 2017 della sua formale liberazione.

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