martedì 20 Agosto 2019

La Russia in Siria, l’analisi dell’ambasciatore Marsili

Carlo Marsili, diplomatico di carriera ed ambasciatore di lungo corso, l’ultimo incarico ad Ankara, amico di Remocontro, ha finalmente accettato di aiutarci nella comprensione delle crisi che travagliano il mondo. Oggi la Siria, nell’enfasi del dramma di Aleppo, tra terroristi, ribelli più o meno moderati, governativi spesso crudeli, Assad e la Russia.
L’esperto diplomatico supera le facili emozioni del momento e va alla sostanza dei fatti con logica rigorosa. La Nato e la Russia, le fobie baltiche con le certezze manichee su buoni e cattivi. La necessità di ridare spazio alle diplomazia uscendo da voglie di guerra fredda che alimentano roventi guerre di massacro.

Le tragiche vicende siriane inducono parecchi media occidentali ad attirare l’attenzione sulla Russia nel modo più negativo possibile. Un copione già scritto, del resto, ripensando alle vicende ucraine. Non che la Russia non lo meriti, e idem dicasi del suo alleato Assad. Ma nel complesso i ribelli siriani, una volta scalzata al loro interno l’ala moderata, risultano più pericolosi di quest’ultimo. Presentarli come una sorta di “pilgrim fathers” di reaganiana memoria fa torto all’evidenza che molti di essi sono integralisti più o meno legati al terrorismo internazionale. E che quindi, se fossero giunti al potere, avrebbero trasformato la Siria ( o quel che ne resta ) in un’altra Libia.

Il fatto è che finora gli stati Uniti , impersonati dalla ex Segretaria di Stato Clinton , hanno combinato parecchi pasticci in Medio Oriente e nel Nord Africa, sostenuti dallo zelo franco-britannico: al punto che il ruolo pur violento ed ambiguo giocato dalla Russia nella vicenda siriana si è mostrato più intelligente e quindi vincente. Quel che poi è successo in Libia continua a produrre effetti devastanti specie sull’Italia, che ha tutti i motivi per rimpiangere Gheddafi ( tranne beninteso negli ambienti dove prevalga il “ politicamente corretto “) .

E’ giunto tuttavia il momento di sostituire il confronto armato con il dialogo diplomatico. Sotto questo aspetto il rapporto NATO-Russia è determinante. Colpisce peraltro molto negativamente il ruolo di certi Paesi dell’Est Europeo, in primis la Polonia, che ostentano una concezione manichea della realtà: la NATO agisce sempre animata da buone intenzioni, è nel giusto, non mente, mentre per converso la Russia è intimamente infida, fabbrica falsità e viola ogni principio di correttezza. Questa divisione così precisa e indiscutibile tra il bene e il male è evidentemente esagerata e rafforza l’impressione che per tali Paesi la guerra fredda non sia mai finita, salvo spostare la frontiera ad est.

Ma tale posizione incide pericolosamente su ogni serio tentativo di dialogo con la Russia che pure altri Paesi della NATO ( tra cui il nostro ) auspicherebbero, nella consapevolezza che esso sia essenziale per fronteggiare le sfide del momento. Lo stesso Erdogan, per inciso, che è stato il più acerrimo nemico di Assad fin dagli inizi della guerra civile in Siria, mostra invece di averlo capito, al punto da essersi riconciliato con Putin senza tener conto delle obiezioni alleate.

Del resto, il ben noto settimanale britannico “The Economist” riflette appieno, dal canto suo, questa posizione manichea, da buon portavoce delle èlites ( sconfitte con la Brexit) del proprio Paese . Forse il vituperato Trump ci riserberà positive sorprese in politica estera. Se così fosse la saggezza popolare – e quindi la democrazia – si sarà presa una bella rivincita su certe spocchiose classi dirigenti. Vedremo.

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