Si notava, pochi giorni orsono, che la politica estera di Donald Trump è tuttora un mistero per tutti, americani in testa. La ben nota imprevedibilità del tycoon newyorkese, eletto presidente degli Stati Uniti a dispetto dei sondaggi molto favorevoli alla sua avversaria Hillary Clinton, si sta dispiegando rapidamente lasciando quasi sempre interdetti grandi analisti politici e autorevoli commentatori.
Una situazione piuttosto anomala, rammentando che in passato i neoeletti presidenti arrivavano alla Casa Bianca con un profilo di politica estera ben definito, ragion per cui non era poi così difficile prevedere come si sarebbero comportati una volta seduti sulla poltrona dello Studio Ovale.
Il ragionamento valeva senz’altro per Hillary, la quale non faceva mistero di cercare la continuità con la linea Obama. Accentuando caso mai la posizione antirussa e continuando la politica di amicizia con Paesi – come l’Arabia Saudita – che da più parti sono sospettati di coinvolgimento col terrorismo islamico, pur professando ufficialmente fedeltà all’alleanza occidentale di cui gli Usa restano il perno.
Le mosse di Trump in questo breve intermezzo prima del suo insediamento ufficiale hanno destato parecchio sconcerto, tanto all’estero quanto a casa sua. I più benevoli commentano che non si capisce bene cos’abbia in mente, sottolineando il pericolo della volatilità in un campo – come per l’appunto la politica estera – che richiede invece stabilità, mosse accorte e idee chiare sin dall’inizio del mandato presidenziale. Ma è davvero così?
In realtà parecchie enunciazioni il tycoon le ha fatte, sia in campagna elettorale sia dopo la sonante vittoria nelle urne. Il problema è che nessuno le ha prese sul serio. Molti erano convinti che, a risultato conseguito, avrebbe chiesto lumi agli esperti, lui stesso riconoscendo di avere poca competenza in materia.
Ecco quindi il colloquio con Henry Kissinger sulla Cina, memore della celebre visita di Richard Nixon a Pechino che l’anziano diplomatico organizzò a sorpresa negli anni ’70 del secolo scorso. Non sembra, tuttavia, che Trump intenda seguirne i consigli di moderazione.
Ha ripetuto che gli Usa devono rinegoziare gli accordi commerciali con il colosso asiatico e procedere, al contempo, a invertire la tendenza a delocalizzare le industrie americane sul suolo cinese. L’intento, probabilmente, è quello di mutare l’immagine di un’America che cede alla leadership cinese su quasi tutto, riaffermando il suo primato nel mondo. E, com’è noto, il presidente eletto è proprio uno specialista di immagine, il fattore precipuo che gli ha consentito di vincere nonostante i sondaggi.
Ancora più eclatante è la strategia adottata nei confronti dell’establishment del Partito Repubblicano, che gli è stato – e gli è tuttora – in gran parte ostile. Trump ha prima ricevuto in pompa magna Mitt Romney, il candidato repubblicano sconfitto da Barack Obama nelle elezioni passate. Molti commentatori si sono affrettati a leggere tale mossa come un segnale nei confronti del suddetto establishment, invitandolo a sotterrare l’ascia di guerra e a cercare convergenze nella strategia politica concreta. Di Romney, candidato in pectore alla Segreteria di Stato, si sono tuttavia perse le tracce, e le ultime indicazioni suggeriscono che il tycoon non è affatto ansioso di ricucire lo strappo con i maggiorenti del partito.
Infatti viene data per certa la nomina di un personaggio sconosciuto ai più. Si tratta di Rex Tillerson, amministratore delegato della Exxon, esperto di Russia (a livello di business) e molto amico di Vladimir Putin. Dunque Trump conferma in pieno la sua linea favorevole alla ripresa delle relazioni con Mosca e alla fine delle sanzioni che agli Usa -come all’Europa- sono costate care.
Anche questo l’aveva detto in campagna elettorale e pare intenzionato a mantenere le promesse. Tutto ciò scavalcando l’ostilità di parecchi futuri membri del suo gabinetto (soprattutto militari) e ignorando le pesanti polemiche, ora innescate dalla Cia, sul presunto aiuto che Putin avrebbe fornito alla sua elezione.
Dunque un quadro in pieno movimento, del quale non è ancora possibile individuare la linea portante, ma che comunque conferma le tesi sostenute durante le primarie. Le quali, come detto poco sopra, non erano state prese sul serio da analisti e conservatori. Si va dunque nella direzione di un cambiamento profondo della politica estera di Washington, anche se occorre attendere ancora per capirne la portata.
Si noti, infine, che questo costringerà i leader europei – quasi tutti favorevoli alla Clinton – a riposizionarsi nello scacchiere internazionale. Dopo tutto il presidente eletto è proprio Donald Trump, anche se il personaggio non piace nei circoli governativi di Berlino, Parigi e Roma.