sabato 20 luglio 2019

L’islam balcanico tra storia ottomana e paura jihadista

C’era una volta, ma non soltanto. Non solo storia oggi da Giovanni Punzo, coinvolto nei ripetuti segnali di espansione islamica sotto varie forme in Bosnia e attorno. Islam balcanico frammentato e una stratificazione secolare di pregiudizi. E un riassunto difficile sulle trasformazioni di quel mondo balcanico, dalla caduta dell’Impero ottomano che aveva islamizzato quelle terre per 500 anni, sino ai 10 anni di guerre balcaniche dell’altro ieri.

Parlare di islam balcanico significa affrontare un argomento difficile per la sua frammentazione, ma anche per una stratificazione secolare di pregiudizi. Nonostante l’islam sia presente nei Balcani da più di cinque secoli, non è un complesso monolitico, tutt’altro, ancora compartimentato a seconda dei diversi stati o dei diversi luoghi. Quando periodicamente arriva una notizia di radicalizzazione o di nuovo pericolo islamico, il richiamo va sempre al recente decennio balcanico, perché è arcinoto che l’origine delle attuali apprensioni sia da ricercare in quelle guerre e nella massiccia presenza di combattenti stranieri negli anni Novanta. Il conflitto, in altre parole, ha cambiato molte cose, ma è altrettanto vero che esistono altri motivi, soprattutto la situazione economica fragile e uno sviluppo diseguale.

Il declino economico causato dalla guerra, insomma, ha spinto presto comunità laiche non radicali a cercare contatti con la Turchia, l’Arabia o l’Iran, ma si trattava all’epoca di Stati che agivano diversamente e soprattutto con minori sospetti di coinvolgimenti terroristici. Infine dopo le pressioni effettuate dall’Fmi, il Fondo monetario, per ridurre il disavanzo del debito bosniaco, la necessità di investimenti stranieri si è accentuata al punto da far chiudere un occhio sulla loro provenienza e sulle eventuali implicazioni. In una situazione fragile come quella bosniaca non sembrava il caso di essere schizzinosi. Altro fattore da non sottovalutare resta quello geopolitico: la Bosnia è in una posizione particolare, attraversata da flussi migratori consistenti e non solo. Insomma parlare solo dell’estremismo musulmano è riduttivo.

Ecco che, di fronte alle recenti dichiarazioni sulle presenze di capitali arabi soprattutto in Bosnia, non sembra utile enunciare uno dopo l’altro tutti gli atti commessi da estremisti (che pure ci sono stati), ma ricordare il carattere antico delle società balcaniche, dove mescolanza e tolleranza interreligiosa erano diffuse e praticate. Quando ai primi dell’Ottocento un governatore turco cercò di estorcere denaro alla comunità israelitica imprigionandone i personaggi più in vista, furono i musulmani a ribellarsi fino ad ottenerne la liberazione, e fino ai primi anni del Novecento le comunità prosperarono. Altro aspetto caratteristico fu che non vi furono mai nemmeno persecuzioni di zingari per cui si crearono delle piccole comunità che progressivamente si slavizzarono, si inserirono nei territori e si convertirono all’islam.

Sarebbe sbagliato però insistere in modo acritico su un modello idilliaco dell’antico mondo bosniaco, perché contrasti ce ne furono, soprattutto quando si svolsero tra contadini e proprietari terrieri di diverse religioni, ma con la secolarizzazione e la progressiva composizione dei conflitti nell’Ottocento gradatamente cessarono. O meglio, avvenne con la migliore organizzazione del paese nel periodo austriaco che assicurò maggior rispetto delle leggi e tranquillità per le popolazioni delle campagne. La sola spinta che periodicamente sembra mettere in pericolo i fragili equilibri è la versione moderna della de-ottomanizzazione, fenomeno legato al sorgere degli stati nazionali nell’Ottocento che si prefiggeva l’abbattimento dell’impero turco. Da questa tendenza all’islamofobia il passo rischia sempre di essere breve.

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