Il mistero della politica estera di Donald Trump

Non si è ancora ben capito, a distanza di poche settimane dal suo insediamento alla Casa Bianca, quale sarà per davvero la politica estera di Donald Trump. E qualcuno già rimpiange Hillary Clinton la quale, nonostante l’antipatia diffusa che la circonda, in questo campo aveva le idee chiare (il che non significa necessariamente condivisibili).
Il tycoon sconta con tutta probabilità la sua inesperienza di fondo al riguardo, essendosi sempre occupato di tutt’altro e vedendo il problema del rapporto con gli altri Stati con occhi da dilettante e assai poco professionali. Del resto molti lo paventavano sin da quando la sua vittoria cessò di essere mera fantasia per passare nel campo delle possibilità concrete.

Trump è uomo d’affari innanzitutto, e di spettacolo in secondo luogo. In quanto tale – vale a dire nella sua vita prima di scendere in campo nelle primarie – gli interessava il business con potenziali partner stranieri e la possibilità di esportare in tutto il mondo i suoi format televisivi. Visione senza dubbio limitata per la sua vita nuova, essendo destinato tra poco ad assumere la guida della prima potenza mondiale.
Fioccano le perplessità, anche se “Time” lo ha appena nominato uomo dell’anno. Riuscirà a smorzare le tensioni con i numerosi Paesi che sono più o meno in rotta di collisione con gli Usa? Oppure, come alcuni segnali lasciano intendere, terrà fede alla sua fama di conservatore tutto d’un pezzo o di “spaccone”, come alcuni preferiscono definirlo?

La politica estera, si sa, è un terreno sdrucciolevole e minato che si presta ai passi falsi per chiunque, ivi incluso il presidente degli Stati Uniti. Da quanto s’è visto finora Trump sta sì cercando il consiglio di esperti, tra i quali non poteva mancare l’anziano Henry Kissinger (soprattutto in riferimento alle relazioni con Pechino). Ma a volte dà l’impressione di seguire soltanto il suo istinto.
Valga per tutti l’esempio della telefonata con la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, fiera sostenitrice dell’indipendenza dell’isola e altrettanto fieramente contraria allo slogan “Una sola Cina”, così amato nella RPC. Si è detto in un primo momento che si tratta di una mera gaffe, dovuta per l’appunto all’inesperienza.

Ma pare che non sia così, in quanto al tycoon viene attribuita l’intenzione di impostare subito i rapporti con Pechino su basi meno cortesi e più muscolari di quelle in auge nell’epoca Obama. Trump ha senz’altro ragione nel notare che è strano scandalizzarsi per aver accettato i complimenti telefonici del capo di una nazione coperta dallo scudo difensivo statunitense, e destinataria di ingenti forniture di armamenti made in Usa. Tuttavia non è chiaro come egli intenda gestire il nodo della grande porzione di debito pubblico americano in mano ai cinesi, i quali potrebbero causare gravi danni all’economia di Washington se la tensione diventasse aperta.

Altro problema è quello dei rapporti con la Russia. Putin e il tycoon si sono scambiati molti complimenti reciproci ed è noto che il leader russo ha accolto con favore l’esito delle ultime elezioni. Si è però subito manifestata a tale riguardo l’ostilità di parecchi militari Usa che gravitano nell’orbita del nuovo presidente, alcuni dei quali hanno già ricevuto o riceveranno a breve incarichi importanti. Per costoro la Russia resta il vero nemico da battere, e sono pure ostili al ridimensionamento della Nato annunciato dal tycoon appena eletto. Per capire cosa succederà occorre solo attendere l’insediamento ufficiale.

Gli stessi ambienti si sono infine schierati senza mezzi termini contro l’accordo sul nucleare iraniano sponsorizzato da Obama, e in questo caso Trump pare d’accordo. Scordandosi però di aver pronunciato, in campagna elettorale, parole di fuoco nei riguardi dell’Arabia Saudita, che in quell’area è il nemico mortale dell’Iran (vedasi la crisi yemenita). E risulta difficile credere che gli Stati Uniti possano essere in pessimi rapporti, al contempo, con sauditi e iraniani.

Donald Trump è senza dubbio un genio della semplificazione, come sanno essere i personaggi abituati a muoversi a proprio agio sui set televisivi e mediatici in genere. Si dà però il caso che i problemi di politica estera non si possano gestire con le sole battute o con i tweet, giacché hanno enormi implicazioni politiche, economiche e militari. Tanto più se uno si porta sempre dietro la celebre valigetta con i codici della guerra nucleare.

Condividi:
Altri Articoli