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venerdì 20 Settembre 2019

Col popolo Sioux contro le Giacche Blu di Trump

Per favore, grande rispetto quando parlate della Nazione Sioux, il popolo rosso che ha insegnato a molte generazioni di mezzo mondo a non stare dalla parte dei più forti. Loro si chiamavano Dakota oppure Lakota, il termine Sioux, ‘Vipere’, fu dato dalle tribù nemiche. E loro dimostrarono di saper mordere quando provocati dai coloni bianchi depredatori. Scacciati dalle loro terre molte volte, con trattati dell’uomo bianco sempre traditi.
Alcuni nomi per il ritorno di molti di noi nelle praterie della nostra infanzia: Nuvola Rossa per cominciare che a metà del 1800 bastonò talmente le Giubbe Blu da costringerla a fermare l’invasione. Ma i ‘visi pallidi’ sono sempre stati traditori. Oppure Cavallo Pazzo, e Toro Seduto. Sino a Little Big Horn dove i guerrieri Sioux sterminarono il 7° cavalleggeri del colonnello George Custer.
Dopo, per la nazione Sioux e i ‘nativi d’America’ fu solo sterminio. Genocidio, anche se l’America che vuole insegnare la democrazia al mondo non ama sentirselo ricordare.

Continua la protesta dei Sioux in North Dakota. Noi di remocontro, Sioux lo scriviamo maiuscolo anche se è nome di una nazione, di un popolo, perché sentiamo di dovere loro qualcosa. Noi dalla lontana Italia, proviamo rispetto e gratitudine per le letture dell’infanzia di generazioni fa, per i colti fumetti prima dell’instupidente iPad, grati per averci insegnato a non stare troppo facilmente dalla parte dei più forti. Poi, cresciuti a Tex Willer e Far West, purtroppo siamo diventati adulti. Per fortuna, gli ultimi Sioux resistono contro l’ennesimo attacco dell’uomo bianco alle loro terre, sostenuto dalle Giacche Blu.

Battaglia senza tomahawk e winchester, contro la costruzione dell’oleodotto vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, a cavallo tra North Dakota e South Dakota. La più grande riunione di nazioni tribali della storia, nel campo di Oceti Sakowin, nel North Dakota. Sono più di trecento le nazioni tribali che dal 2014 si oppongono all’oleodotto, affermando che profanerà le terre sacre e metterà in pericolo le risorse idriche. L’oleodotto, della lunghezza di 2 mila chilometri, dovrebbe trasportare centinaia di migliaia di barili di greggio al giorno, attraverso cinquanta contee e quattro stati. In America tutto è esagerato.

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Ma domenica lo United States Army Corps of Engineers, la sezione dell’esercito americano specializzata in ingegneria e progettazione, ha annunciato che non autorizzerà gli scavi sotto il fiume Missouri necessari per completare la costruzione del Dakota Access Pipeline. Rischio di inquinamento delle falde acquifere è la sentenza, come denunciavano i nostri amici Sioux. Ma gli eredi di Nuvola Rossa, Cavallo Pazzo e Toro Seduto sanno bene di non doversi fidare dell’Uomo Bianco e della promessa di deviazione nel percorso dell’oleodotto. Infatti già spunta l’interesse all’oro in dollari, da parte degli invasori.

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Lingue biforcute e prossimo Grande padre alla Casa Bianca con interessi personali in quel buco sotterraneo che rischia di avvelenare le terre sacre del popolo rosso. Durante la campagna elettorale, si è scoperto che Donald Trump aveva investito quasi un milione di dollari nella Energy Transfer Crude Oil, la società dietro al progetto. E la stessa la società aveva poi donato più di 100mila dollari alla sua campagna elettorale e altri 67mila al Partito Repubblicano. Puzza di prossimo tradimento, amici rossi, avverte Aquila della notte, capo bianco dell’amico popolo Navajo col suo ‘pard’ Capelli d’argento.

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Le terre sacre degli antenati sono salve, ma solo fino al 20 gennaio. Era dai tempi del Trattato di Fort Laramie, firmato nel 1868 e violato solo sei anni dopo quando lì fu scoperto l’oro, che la Grande Nazione Sioux non otteneva giustizia. Dopo stermini, deportazioni, umiliazioni a non finire lo stop alla nuova invasione bianca del presidente Obama, che, forse non è un caso, bianco non è. Ma il successore, molto molto bianco, già minaccia di scatenare una nuova ‘guerra indiana’. Doppia battaglia. Quella dei nativi americani per la tutela della loro terra, e la battaglia contro le energie fossili e tutto ciò che le favorisce.

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Contro il progetto di oleodotto, gli indiani Sioux denunciano subito l’US Army Corps of Engineers, il genio non solo militare,  ramo dell’Amministrazione federale, per violazione del National Historic Preservation Act. Il tracciato dell’oleodotto viola 380 siti archeologici, zone sacre nella memoria dei Sioux ed anche di altre nazioni come i Cheyenne, gli Arikara, i Mandan. Una battaglia a perdere quella di Standing Rock. Fino a settembre, quando squadre di operai edili al servizio dei petrolieri danno l’assalto a quelle terre sacre con i bulldozer, sostenuti da vigilantes armati che lanciano i cani contro i manifestanti.

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Quelle violenze finiscono su YouTube e su altri social media. E da quel momento Standing Rock diventa battaglia pubblica e popolare. Solo una battaglia, va detto senza illusioni, in una guerra che sarà molto difficile che il Popolo Sioux (e tutti noi, ‘fratelli bianchi’)  potremo mai vincere. Anche perché, tra un mese, alla Casa Bianca siederà un ‘Grande padre’ che non ha grandi istinti paterni nei confronti delle minoranze e della parti deboli della società americana, figuriamoci dei pochi ‘indiani’ sopravvissuti a un secolo di sterminio alla Buffalo Bill. Sul piede di guerra amici Sioux, le Giacche Blu sono in agguato. Aug.

 

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