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mercoledì 22 Gennaio 2020

Quando referendum era plebiscito e suonava la Marsigliese

Finalmente silenzio elettorale dopo troppe sgarberie incrociate e parole incivili. Noi, nell’attesa del 4 sera che comunque vada, sarà un sollievo, con l’aiuto di Giovanni Punzo scappiamo in Francia che di suo già occupa molte cronache elettorali. Noi, un po’ snob, evitiamo la banalità Valls-Fillon-Le Pen, e scegliamo dal 1793 in poi, dalla Rivoluzione (quando si litigava a colpi di ghigliottina), a de Gaulle della ‘grandeur’ (lui quando perse se ne andò, ma erano altri tempi). Passando per un Napoleone Bonaparte che di referendum ne perse pochi anche senza la tv.

Il paese europeo che forse può vantare nella propria storia il maggior numero di referendum o plebisciti di natura costituzionale – intendendo cioè una forma di elezione in cui si scelga tra si e no – è probabilmente la Francia: dal 1793 ad oggi se ne contano infatti venticinque in cui si decisero importanti riforme o nuove costituzioni ed altri ancora a carattere locale per decidere i nuovi ordinamenti degli ex possedimenti coloniali.
Il più ricordato oggi è senza dubbio quello che si tenne nel settembre 1958 per sancire l’avvio della Quinta Repubblica e che rappresentò il massimo successo di de Gaulle e del suo movimento, ma in altri casi gli eventi furono più agitati.

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Nel periodo della rivoluzione, nell’arco di cinque anni dal 1795 al 1800, furono cambiate ben tre costituzioni, delle quali non una entrò mai in vigore. Il referendum o plebiscito più curioso – almeno nelle sue modalità – si verificò nel gennaio 1800, dopo i fatti che passarono alla storia come il colpo di stato del 18 brumaio dell’anno VIII (il 9 novembre del 1799).
Il Consiglio degli Anziani, grossomodo un’assemblea simile al Senato, fu avvertito di correre un grave pericolo a causa di una sommossa in preparazione a Parigi e per questo motivo fu trasferito fuori dalla città a Saint-Cloud assieme al Consiglio dei Cinquecento. Il giorno successivo in quella sede tranquilla e sorvegliatissima, si presentò il generale Napoleone Bonaparte che il giorno prima era stato nominato comandante di tutte le truppe di Parigi.

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Accolto piuttosto male dal consiglio degli Anziani al grido di «Viva la Costituzione!» (e peggio anzi dal Consiglio dei Cinquecento presieduto dal fratello Luciano), Napoleone ricorse ai soldati per mettere ordine, ma alla fine i pochi rappresentanti rimasti nell’aula votarono la decadenza del Direttorio (il governo in carica) e la sua sostituzione con un consolato composto da tre persone: Napoleone Bonaparte, Sieyès e Roger Ducos.
Il provvedimento era transitorio in attesa dell’approvazione di una nuova costituzione e fu allora che si inventò un sistema curioso per ottenere il consenso dei cittadini. Non furono convocati per le elezioni, ma furono aperti presso i comuni dei registri sui quali avrebbero apposto la firma di approvazione.

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Con minori clamori, ma altrettanti successi un secolo e mezzo dopo il generale de Gaulle ottenne altri importanti consensi, fino al 1969, quando la sua proposta di riforma del Senato e di regionalizzazione della Francia fu sconfitta: il 27 aprile 1969 solo il 47% dei francesi la approvò e il restante 52% no, tra i quali il suo ministro delle finanze Valery Giscard d’Estaing.
Nonostante Georges Pompidou tentasse in vari modi di dissuaderlo, de Gaulle si dimise dalla presidenza il giorno dopo rilasciando un comunicato ancora oggi ricordato per laconicità e malcelata irritazione: «Cesso di esercitare le mie funzioni di presidente della repubblica. Questa decisione avrà effetto da oggi a mezzogiorno».
Il 10 maggio partì per un lungo soggiorno in Irlanda e il 15 giugno, con il 58% dei voti, nuovo presidente della repubblica fu eletto Georges Pompidou. Le regioni sarebbero state istituite comunque nel 1982 e il Senato fu riformato con diversi provvedimenti tra il 2000 e il 2011.

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