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martedì 19 20 Novembre19

Riforma Rai a rivelazioni stampa. Deludente solo la sintesi?

L’anticipazione dell’Espresso sul nuovo piano editoriale Rai formalmente sconoscito allo stesso CdA. Fuga di notizie presumibilmente pilotata, tra le ipotesi di Andrea Melodia, che i piani alti di Viale Mazzini ha frequentato a lungo. Assaggi di gradimento, ma molta ‘nouvelle cousine’ di ricette antiche, e volte indigeste e spesso mal rivisitate. Vedi il riciclaggio del Tg2 a Milano, vecchia dai tempi di Craxi. Molto più composta di questa sintesi l’analisi di Andrea Malodia che suggerisce come esempio ai vertici Rai la riforma del settore in Vaticano. ‘Monsignore cercasi’, anche per la Rai? Qualche benedizione certo non guasterebbe.

L’annuncio era accattivante: “Un volume di circa sessanta pagine, con vari allegati, che “l’Espresso” pubblica in esclusiva domenica 27 novembre.”. Che delusione! Un articolo di appena otto paginette, ovviamente piene di immagini, che costringe a sforzi di intuito e lascia il dubbio che cose importanti siano state tralasciate a favore di quelle che fanno più colpo.
Cerchiamo comunque di capirci qualcosa. Anzitutto, a chi giova la fuga di notizie? Qualche ipotesi: Carlo Verdelli, direttore editoriale per l’offerta informativa, e il suo staff, accusati di perdere tempo dal CdA e dalla presidente Maggioni, hanno voluto far sapere che loro sono pronti, anzi hanno anticipato i tempi previsti. In questo caso sarebbe l’amministratore delegato Antonio Campo Dall’Orto a tirarla per le lunghe, forse aspettando il referendum.
Altra ipotesi: Verdelli e Campo Dall’Orto sono d’accordo sulla utilità di far uscire qualche notizia per testare le reazioni politiche e sindacali.
Terza ipotesi: al settimo piano di viale Mazzini qualcuno ha orchestrato uno sgambetto. (Ma questo mi pare meno probabile, perché l’articolo sarebbe stato più velenoso; invece è insolitamente benevolo verso gli autori).

Piano industriale dove?
Vediamo ora di valutare le informazioni emerse. La prima, preoccupante, è che il documento è del tutto scollegato dal piano industriale della RAI, già peraltro accusato di evanescenza: dichiara infatti l’assenza di ogni considerazione di natura economica, di ogni ipotesi sui costi da affrontare. Questa carenza, tipica purtroppo del modo di ragionare della classe giornalistica italiana, testimonia anche l’isolamento di Verdelli all’interno dell’azienda: è mai possibile che nessun controller – la RAI ne ha fin troppi! – sia stato messo ad aiutarlo?
Quanto poi emerge dall’articolo dell’Espresso è soprattutto la scontata lamentazione sui profondi cambiamenti indotti dalla rivoluzione digitale, e sui gravi ritardi della RAI nell’affrontarli. La più grande fabbrica italiana di news a ciclo continuo, viene riferito, “è divisa per comparti che non comunicano tra loro e si vivono come concorrenti”, sia tra le Testate, sia tra i programmi informativi di Rete. L’esistenza di un canale all news come RaiNews24 “non sembra aver minimamente influenzato la corsa privata”.

Tg fotocopia a perdere
Come conseguenza tutti i TG, salvo il TG1 delle 20, hanno perso ascolti dal 2011. I TG sono molto simili tra loro, hanno struttura monotona, usano poco e rigidamente collegamenti, studio, ospiti… Le critiche, sostanzialmente condivisibili, continuano e non mancano gli elogi alla concorrenza. Occorre dunque cambiare: e l’ultima riforma strutturale risale a 40 anni fa, quando la riforma del ‘76 avvio la concorrenza tra Testate e Reti.
A questo punto il documento attacca direttamente “gli organici delle testate fissi e inamovibili, con i direttori a presidiarli come un bene stabilito a priori e inalienabile”. Opinione sulla quale personalmente concordo: ma perché allora il primo atto di Verdelli, all’inizio del suo mandato, è stato l’annullamento del progetto di accorpamenti avviato dal precedente DG Gubitosi? Questo proprio non lo capisco.

Informazione di flusso
Tre sono gli accorpamenti proposti: una sola testata sport per TV e radio, una sola testata per Rai Parlamento e GR Parlamento, e una fusione tra RaiNews24 e la Testata per l’informazione regionale, la TGR (che è già mista tra TV e radio, ma questo non sembra considerato).
Delle tre ipotesi, chiaramente l’ultima è la più significativa e condivisibile. Ma temo chi ci si trovi ancora davanti a una soluzione tampone. Non si capisce cioè quale modello venga proposto nel rapporto tra la cronaca locale e le Testate nazionali. Se questo rapporto deve diventare più stretto con il canale all news, perché non stringerlo anche con gli appuntamenti informativi nazionali?
L’impressione è che lasciare TG1, TG2 e TG3 autonomi comporti non solo la rinuncia a combattere doppioni e sprechi, ma soprattutto non affrontare il vero cambiamento dell’era digitale, cioè la prevalenza della informazione di flusso su quella ad appuntamenti prefissati.

Internet e approfondimenti
Il grande assente nel piano, almeno nella versione comunicata dall’Espresso, è Internet. Oltre le affermazioni di principio nulla si dice, nulla si ragiona sull’impatto di Internet nell’informazione. Forse lo si è considerato solo uno strumento di lavoro per i giornalisti – perché così la maggioranza dei colleghi guarda a Internet – e non come un modo di vivere diversamente, per molti e forse domani per tutti, il rapporto con la comunicazione l’informazione.
Altra assenza deprecabile – ovviamente ci riferiamo sempre a quanto riferito dall’Espresso – è la mancanza di ogni riflessione sul rapporto tra l’informazione di Testata e gli approfondimenti di Rete, questione delicatissima che si trascina da decenni.

Pluralismo di campanile
Il segno di una certa arretratezza culturale di fronte alla rivoluzione digitale temo lo si ritrovi nell’ultima proposta significativa, quella di trasferire a Milano il TG2, che era in campo dall’era Craxi. Ovviamente l’idea ha colpito l’opinione pubblica più di altre e ha già indotto valutazioni sindacali negative.
Chi scrive ha origini milanesi e ha sempre ritenuto insufficiente la presenza della RAI a Milano. Tuttavia portare una Testata a Milano avrebbe come primo risultato quella di favorire la competitività interna, invece di ridurla, e di far perdere di vista un obbiettivo essenziale della informazione di servizio pubblico, quello di rafforzare la coesione sociale ostacolando la frammentazione e la radicalizzazione delle opinioni. Credo invece che il pluralismo sia un bene prezioso da costruire e difendere nel dibattito interno delle redazioni, e non nella contrapposizione aprioristica, o campanilistica, delle loro strutture.

Informazione e territorio
Anche da un altro punto di vista la proposta mi pare opinabile. Il rapporto tra l’informazione di servizio pubblico e il territorio deve certamente essere rafforzato. Ma questo riguarda tutta l’informazione, non una sola Testata; e non riguarda solo Milano ma tutto il territorio. Perché non pensare invece a moltiplicare nei Telegiornali nazionali i “distacchi” locali, oggi presenti solo sulla Terza Rete? Questo sì sarebbe un significativo rafforzamento: immaginate l’impatto di qualche minuto di informazione locale alla fine del TG delle 20? Possibilmente sotto una Testata unica, perché non si facciano troppi dispetti a vicenda.
Un’ultima osservazione: provate a fare un confronto tra il piano di ristrutturazione dell’offerta informativa della RAI e quello che è stato annunciato e si sta realizzando in Vaticano, che è incredibilmente moderno e coraggioso.
Dovremo arrivare alla conclusione che a viale Mazzini occorre qualche giovane monsignore in più?

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