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domenica 8 Dicembre 2019

Fillon o Juppé? Sfumature di destra in Francia

Tra poco sapremo chi sarà il candidato della destra tradizionale francese alla presidenza della repubblica dopo Hollande. Massimo Nava racconta i due contendenti sul Corriere della Sera ed è lettura utile in attesa di notizie sul ballottaggio. «Pochi colpi bassi e qualcuno di fioretto. Entrambi vogliono smontare lo stato sociale. Ma per il futuro presidente votano anche più di 7 milioni di funzionari pubblici, fra statali, dipendenti della sanità, forze armate e di polizia, oltre a una massa di impiegati che fanno capo al sistema di sovvenzioni pubbliche».

Francia. Chiamarlo duello é esagerato. François Fillon e Alain Juppé, i due finalisti alle primarie del centro destra francese, dopo qualche colpo basso durante la campagna elettorale, si scambiano colpi di fioretto, più per negare la loro somiglianza che per marcare differenze, che pure esistono. Il che è logico. Dovendo pescare voti, domani, nella stessa famiglia politica, il cui perimetro è allargato ai simpatizzanti, senza particolari filtri, i due sfidanti evitano lo spettacolo indecoroso di una rissa verbale genere Renzi-D’Alema, tanto più che la marcia verso l’Eliseo, cui seguiranno subito dopo le elezioni parlamentari, prevede gioco forza l’allargamento del consenso, la conquista degli indecisi e soprattutto del centro, come si conviene in ogni sistema maggioritario, a doppio turno e senza proporzionale.

L’uomo dei sorpassi
Dunque, «cinquanta sfumature» di politica e di economia, di valori morali e identitari, di visioni del mondo e della Francia nel mondo, da cui emerge innanzi tutto una differenza di stile e di carattere. François Fillon, ormai grande favorito, pur essendo anche lui una vecchia conoscenza della politica dai tempi di Giscard e Chirac, recita bene la parte del giovane sessantaduenne che finalmente irrompe nella corsa per salvare -come dice da mesi- la Francia dalla bancarotta, le future generazioni dai debiti, l’impresa e il lavoro dalle tasse, il privato dinamico e sgobbone dal pubblico vorace e assistenziale.

Ama le corse, ha corso la 24 ore di Le Mans, che è corsa di resistenza, quasi mai vinta da chi parte in testa, come il suo rivale, considerato fino a ieri il futuro presidente già da tre quarti dei francesi e invece destinato, salvo sorprese, ad allungare la galleria dei grandi favoriti dei sondaggi e trombati lungo un percorso sempre pieno di sorprese e accidenti: Chaban, Rocard, Giscard, Barre, Balladour, Jospin, Royal, Strauss Kahn, ecco storia piene di vittime del sondaggismo e della sensibilità popolare del momento.

Rimonta improba
Domani, Alain Juppé, apparso appannato e deluso dopo il trionfo annunciato, tenterà l’impossibile rimonta, cioè il recupero di quindici/venti punti di distacco. La strategia degli ultimi giorni ha seguito un doppio binario : da un lato, mostrare la stessa determinazione di Fillon nell’attuare riforme strutturali decisive, fra cui la pensione a 65 anni, l’abolizione della settimana a 35 ore, la fine del posto fisso, la libertà di licenziamento, l’abbassamento delle tasse sulle imprese e sui capitali, la soppressione della famigerata imposta sulla fortuna che ha spinto migliaia di francesi benestanti a trasferirsi in Belgio, in Portogallo, in Marocco per sfuggire a una fiscalità «iniqua e confiscatoria»; dall’altro, rassicurare i francesi sul fatto che le riforme saranno negoziate, condivise, progressive e non punitive.

«Le riforme -ha detto- non devono essere una penitenza, ma una speranza». Con questa visione delle cose, ribatte Fillon, torniamo all’epoca di Chirac, al gaullismo consensuale e popolare, che annuncia grandi cambiamenti e alla fine lascia le cose come stanno, nel timore che, come avviene da trent’anni, il potere di blocco di sindacati, corporazioni e varie categorie del pubblico impiego si dispieghi nelle piazze della Francia, esaltando il mito dello Stato sociale, egualitario e protettore.

Mani di forbice
Anche Juppé riconosce che si tratta appunto di un mito: consolatorio, esaltato dalla cultura di sinistra, invidiato a sproposito da chi non conosce la Francia. Fillon ci va ancora più pesante: non vedo che cosa ci sia da mitizzare in un modello che produce spreco di denaro pubblico, disoccupazione di massa, povertà e in fin dei conti ingiustizie. La fattura sociale per rimettere insieme il sistema è comunque alta o altissima, essendo la Francia l’ultimo paese socialista, con la variante di avere istituzioni democratiche. Si tratta di sopprimere fra i trecentomila e il mezzo milione di impieghi pubblici, favorendo esodi, non sostituendo chi va in pensione, allungando gli orari di lavoro, ricorrendo a massicci investimenti nelle tecnologie e nell’informatizzazione.

In ogni caso una scommessa a rischio, in cui il coraggio e la determinazione rischiano di non bastare: votano per il futuro presidente anche più di sette milioni di funzionari pubblici, fra statali, dipendenti della sanità, forze armate e di polizia, oltre a una massa di impiegati che per vie traverse fanno capo al sistema di sovvenzioni pubbliche, dal cinema allo spettacolo, dai lavori sociali nei quartieri difficili all’assistenza sociale. Rinunceranno a garanzie e, in qualche caso, ai privilegi di categoria?

Imparare dai tedeschi
Sia Juppé sia Fillon sono tuttavia convinti che i francesi siano finalmente maturi per nuova «rivoluzione», non sulle barricate, ma per modernizzare il Paese, renderlo più competitivo e al passo con tutti i grandi e piccoli partners europei che le riforme le hanno già fatte, in tutto o in parte, prima della Francia. Il modello di riferimento è la Germania, nella presunzione di ricostruire al più presto una coppia forte e credibile per i destini dell’Europa. La caricatura giornalistica parla di svolta liberale in salsa francese -in realtà, con toni diversi- si tratta di fare digerire ai francesi buone regole di gestione ed efficienza non più differibili.

Chiunque vincerà oggi avrà grandi possibilità di conquistare l’Eliseo a maggio. Per quanto sfavorito, Juppé potrebbe raccogliere consensi anche a sinistra. Al contrario, Fillon dovrà prosciugare l’elettorato di destra e di estrema destra. La sua immagine «liberista» per quanto forzata dai media, rischia di ricompattare le truppe deluse e divise della sinistra che troverebbero in lui il miglior avversario possibile.

L’amico russo
Pur nella drammatica emergenza terroristica e nonostante che il dibattito politico nella Francia di oggi sia quotidianamente pervaso dai fantasmi del populismo e dalla paura delle ondate migratorie, sia Fillon sia Juppé hanno riportato al centro dell’attenzione le riforme economiche e la politica estera, premesse indispensabili anche per garantire sicurezza, occupazione, maggiore integrazione e rilancio di un’immagine forte e credibile della Francia in Europa e nel mondo.

Fra le «cinquanta sfumature» la differenza più marcata riguarda la ripresa del dialogo con Russia. Fillon vuole ribaltare la catena di errori che hanno fatto riaffiorare toni da guerra fredda, portato in un vicolo cieco la questione siriana e spinto la Russia a un arroccamento nazionalistico e anti europeo. Anche Juppé vuole riaprire il dialogo con Mosca, ma senza indulgenze su Crimea, Ucraina, sanzioni e diritti civili.

E il marchio del generale
Entrambi, tuttavia, ribadiscono equidistanza anche dagli Stati Uniti. Il sogno è una Francia ancora forte, grande potenza autonoma e capace di fare sentire la propria voce nel mondo. Sotto la pelle della destra francese, c’è ancora e sempre il generale Charles de Gaulle.

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