• 28 Febbraio 2020

Nucleare, Francia al confine incubo Chernobyl

Tra il 2015 e il 2016 ci sono stati due anniversari molto importanti: il settantesimo anniversario delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki (1945) e il trentesimo anniversario dell’incidente alla centrale di Chernobyl (1986). Due vicende abbastanza lontane nel tempo e nello spazio geografico, ma che pongono numerosi quesiti, a cominciare dal fatto paradossale che oggi le città giapponesi sono comunque abitate, ma Chernobyl è ancora interdetta.
Le bombe ‘Little Boy’ e ‘Fat Man’ e il reattore 4 (esploso) hanno prodotto insomma conseguenze diverse e non previste, ben al di là degli scopi per cui erano stati progettati. Le prime hanno determinato l’andamento della relazioni internazionali per più di mezzo secolo e il reattore 4 mal progettato e gestito ancora peggio ha prodotto invece una catastrofe.

In mezzo alle tante osservazioni critiche sulla vicenda, le più importanti sottolineano infatti come si venne a creare un circolo vizioso dovuto a imperizia nella gestione della crisi, ma sicuramente anche a poca lungimiranza progettuale: via via che la temperatura saliva, quando cioè per il raffreddamento sarebbe stata necessaria più acqua, questa al contrario diminuiva rendendo impossibile ogni controllo.
Inoltre, a completare un quadro già disastrato, gli involucri esistenti non erano in acciaio o cemento precompresso, ma in comune calcestruzzo industriale. Ulteriore elemento paradossale che portò al disastro fu che avvenne durante un test effettuato per migliorarne la sicurezza.

Il reattore 4, della potenza di 925 megawatt, per subire il test avrebbe dovuto funzionare a bassa potenza e con il blocco dei sistemi automatici, ma ciò non fu possibile per una serie di imprevisti, primo fra tutti la richiesta di posticipare il test da parte dei responsabili della forniture elettriche: per nove ore insomma una situazione incerta determinò il successivo sviluppo della situazione.
Quando ormai per controllare la reazione sarebbe stato opportuno reintrodurre le barre di controllo, il rivestimento in grafite di queste, fortemente surriscaldato, ne rallentò il movimento.
All’una e ventitre del 26 aprile ci fu un’esplosione, causata principalmente da un’alta concentrazione di vapore nel reattore, che fece saltare come un tappo la copertura in calcestruzzo del peso di mille tonnellate.

Se oggi, a distanza di anni e dopo sforzi notevoli per appurare la verità, il meccanismo è questo riassunto in poche righe, un bilancio definitivo delle vittime resta ancora incerto: perse la vita almeno il 50% del personale sul posto composto da un centinaio di tecnici, mentre tra i soccorritori sembra accertato che le vittime sino state duemila, tra i quasi duecentomila mobilitati.
Tra la popolazione civile esposta i dati sono altrettanto confusi, se non altro perché riguardano tre paesi diversi con differenti metodologie (Bielorussia, Russia e Ucraina), ma sembra attendibile ad esempio che nel solo 2005 i tumori alla tiroide censiti come derivanti dall’esplosione siano stati circa ottomila.

Il reattore 4 aveva più combustibile nucleare delle bombe; aveva sfruttato le reazioni fino all’ultimo e l’incendio che seguì all’esplosione fu spento definitivamente solo dieci giorni dopo, provocando una diffusione ancora maggiore di sostanze radioattive. ‘Litlle Boy’ e ‘Fat Man’ avevano rispettivamente 64 chilogrammi di urano e 6 di plutonio, mentre il reattore 4 disponeva di oltre cento tonnellate di combustibile nucleare.

Giovanni Punzo

Giovanni Punzo

Giovanni Punzo di mestiere dovrebbe aggiustare ciò che scrivono gli altri -fa l'editor- ma ha preso il vizio. Scrive di storia militare, altro 'contagio' per aver fatto l'ufficiale degli alpini. Da lui le guerre 'dei nonni' all'origine di quelle di oggi.

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