lunedì 17 giugno 2019

Nel caos Libia Gheddafi non è solo un rimpianto

A cinque anni dall’uccisione e dallo scempio di Muhammad Gheddafi a Sirte il 20 ottobre 2011 fa orrore il video pubblicato da qualche sito in cui si vede Gheddafi che viene violato con un bastone e poi ucciso con un colpo alla tempia da un ragazzo con una pistola d’oro, spogliato, calpestato e martoriato dai ribelli. Ora, in parte della Libia crescono ripensamenti, rimpianti e torna la voglia di Jamahiriya, ‘lo Stato delle masse’.

Un filmato orrendo che documenta le torture e la fine per il tiranno fatto circolare sul web in coincidenza con i cinque anni dai fatti e dal caos Libia che ne è seguito. Un tempo sufficiente a misurare la delusione cocente che tocca la popolazioni libica, con una parte sempre più numerosa a rimpiangere quel dispotismo ordinato di ieri rispetto al dispotismo caotico venuto dopo le bombe occidentali a sostegno di una ‘liberazione’ su cui gli stessi libici ancora litigano.

Oggi, la Libia ha tre governi, negli ultimi anni ha assistito a due elezioni generali, un colpo di Stato fallito, l’arrivo di Daesh ed è lacerata da conflitti etnici. La situazione è talmente disastrosa che si va sedimentando senza clamori ma in larga parte del Paese il desiderio di tornare alla Jamahiriya, lo ‘Stato delle masse’ instaurato da Gheddafi. E non è solo generico rimpianto di malinconici orfano del regime.

«Vogliamo liberare la Jamahiriya, vittima di un golpe diretto dalla NATO», dichiara Frank Pucciarelli, francese residente in Tunisia e portavoce di un gruppo di rivoluzionari libici che si propone come forza politica erede dell’ideologia di Gheddafi. L’organizzazione, attiva dal 2012, comprende circa 2 mila membri in Libia e oltre 15 mila ex soldati in esilio pronti a ritornare.

Un altro esponente del gruppo, Ahmed, già direttore del ministero degli affari esteri, anche lui residente in Tunisia, aggiunge, «Il popolo libico e la comunità internazionale si sono resi conto che la Libia può essere governata solo dalla Jamahiriya». Frank e Ahmed sono d’accordo su come guidare il Paese una volta ripresone il controllo: l’dea è quella di organizzare un referendum sul ritorno della Jamahiriya con la supervisione internazionale.

Solo ipotesi velleitarie?
Non proprio. C’è chi progetta e propone con molta concretezza una forma moderna di “Stato di massa”, con un senato che rappresenta le tribù, una camera bassa e una Costituzione, che mancava nell’era di Gheddafi. Rachid Kechane, direttore del “North African Study Center on Libya”, esclude un ritorno al vecchio regime, ma.. «I lealisti di Gheddafi non torneranno mai al potere ma avranno comunque una certa importanza, grazie alle alleanze strategiche della futura Libia».

‘Lealisti’ chi? Mattia Toaldo, esperto di Libia per lo ”European Council on International Relations” ha identificato tre tipi di lealisti:
1, i sostenitori di Seif al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, detenuto dal 2011 nella città di Zentan, nell’Ovest del Paese;
2, i sostenitori del generale Khalifa Haftar, nell’Est;
3, i sostenitori ortodossi della Jamahiriya, la fazione più estremista, di cui Ahmed e Pucciarelli fanno parte.

Condizioni diverse e progetti non sempre coincidenti. Attualmente più favoriti coloro che si sono uniti ad Haftar e hanno goduto dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruk, che ha compreso tutti i crimini commessi durante la rivolta del 2011. Per altri -Ahmed e Pucciarelli- vale il progetto che mira a rimpatriare tutti gli esiliati, fra 1,5 e 3 milioni di persone, e di una gran parte dei lealisti di Gheddafi che si sono rifugiati in Tunisia ed Egitto.

Ma è il clan di Seif al-Islami quello probabilmente più organizzato, quello che comprende una buona parte dei sostenitori ortodossi. Sebbene condannato a morte in contumacia il 28 luglio 2015, Seif è ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ma gode di una detenzione molto flessibile in termini di spostamenti e di comunicazioni con l’esterno. Per Seif al-Islam non si tratta di recuperare il potere in tutto il Paese, almeno per ora, ma riuscire a manovrare nell’ombra la riconfigurazione politica della Libia.

Nell’ombra vive anche il cugino di Gheddafi, Ahmed Gheddafi, già esponente apicale del regime libico, dal quale si dissociò a febbraio 2011 poco prima dell’inizio della guerra fuggendo al Cairo. Ahmed, arrestato in Egitto nel 2013, ha rilasciato nel 2015 un’intervista al ‘Daily Mail’ sulla minaccia terrorismo sull’Europa. Personaggio molto controverso aveva proposto una conferenza di riconciliazione nazionale anche con esponenti di Daesh. Tripoli ha chiesto all’Egitto la sua estradizione.

Nel caos libico attuale di governi e territori, Seif al-Islam potrebbe rappresentare il volto della Cirenaica. A settembre 2015, l’autoproclamato Consiglio Supremo delle tribù ha scelto Seif come legittimo rappresentante del Paese. Il Consiglio di Base riunisce le tribù rimaste fedeli a Gheddafi, non hanno potere politico, ma il loro gesto è molto significativo. Inoltre, lo scorso agosto le Nazioni Unite hanno invitato alcuni lealisti di Gheddafi per discutere le possibili soluzioni per la crisi economica e politica del Paese.

Avranno la stessa capacità di ascolto i Paesi che la guerra in Libia l’hanno iniziata? E i Paesi, vedi l’Italia, che sul fronte opposto del canale di Sicilia, le conseguenze di quelle scelte continuano a pagare giorno dopo giorno? Il libia la popolazione sta iniziando a paragonare il passato con il presente, e non è un confronto a vantaggio delle forme assunte nel Paese dalla democrazia occidentale.

Voci da ascoltare, con una presenza legata all’ex despota Gheddafi che non è più soltanto una espressione di orfani e malinconici ma realtà politica.

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