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martedì 15 Ottobre 2019

Ma quanto durerá Trump? Populismo a scendere

Overdose di analisi sul perchè Trump, pochi a interrogarsi sul ‘durante’ Trump. Un personaggio che sarà sempre visto come un presidente inadeguato e pericoloso dal suo stesso partito e sotto tiro dell’opinione pubblica, sostiene Massimo Nava. Gli Stati Uniti modello di consumo, di mode, di influenze culturali ma non modello politico istituzionale. Leader populisti a copiare promesse elettorali che raggiungono facilmente la pancia ma raramente il cervello.

Vi sembrerò presuntuoso, ma una settimana prima del voto negli USA ho scritto che i sondaggi erano fasulli (anche perché gli americani pescano gli intervistati e non lavorano sui “campioni” di elettori) e che Trump aveva molte possibilitá di vincere.
C’é stata una overdose di analisi successive sulla middle class decaduta, sull’America profonda, sul tradimento degli elettori tradizionalmente democratici.
Tutto vero, ma i dati piú ovvi sono che la Clinton era il candidato dell’establishment, che per quanto donna si presentava con il cognome del marito, che una buona percentuale di ispanici hanno votato per Trump nonostante le minacce di muri, che quattro milioni di democratici sono passati all’astensione.

Adesso scrivo che Trump, per quanto cambi registro, tono e programmi rispetto alle promesse elettorali, sarà sempre visto come un presidente inadeguato e pericoloso anche dal suo stesso partito oltre che dall’opinione pubblica.
Non é da escludere che duri molto meno del mandato. Scandali e rivelazioni lo inseguiranno ogni giorno e negli Stati Uniti la stampa é ancora indipendente e agguerrita.
Ha rischiato l’impeachment Bill Clinton per un rapporto “orale”, figuriamoci Trump per tanti rapporti scritti e scheletri negli armadi.

Quindi sarei ansioso di vedere in questo caso la faccia dei Salvini e delle Marine Le Pen sparsi per l’Europa che oggi cantano di vittoria e sperano di celebrare la loro nel solco di Trump.
Dimenticano che gli Stati Uniti sono un modello di consumo, di mode, di influenze culturali ma non esportano un modello politico e istituzionale.
Quello che i leader populisti saranno costretti a imitare saranno le veloci marce indietro, rispetto a programmi irrealistici e a promesse elettorali che raggiungono facilmente la pancia ma raramente il cervello.

 

SEMPRE MASSIMO NAVA
SUL CORRIERE DELLA SERA

Bataclan, il “terremoto” francese

Un anno fa, il terrorismo islamico colpiva al cuore Parigi. La strage del Bataclan, affollato di giovani con gli occhi pieni di spensieratezza, dopo Charlie Hebdo, prima di Nizza, prima di altri attentati ‘minori’, alcuni portati a termine, altri sventati e archiviati nel tritatutto dei media.
Un attacco che ha precipitato la Francia in uno dei momenti piú tormentanti della sua storia, aprendo crepe profonde nel tessuto sociale e nella vita politica e culturale. Come in un “terremoto”, il terrorismo islamico ha squassato le fondamenta. E come in un terremoto, la ricostruzione é faticosa, piena di insidie, persino di speculatori e sciacalli, nonostante il sussulto repubblicano delle prime ore e la solidarietá internazionale.

La Francia ricorda oggi le povere vittime trucidate come in un far west selvaggio e cinematografico, con la mente a tutti i caduti di questo terribile biennio, dalla strage della redazione di Charlie Hebdo alla strage di Nizza, all’odioso sgozzamento di un vecchio sacerdote a Rouen. Sono centinaia i morti e i feriti, e sono migliaia i francesi colpiti negli affetti : un amico, un parente, un vicino di casa, un compagno di scuola, persone che, come si dice, magari si conoscevano solo “di vista” o si erano “perse di vista”, e sono state ritrovate nelle cronache funebri. Sono talvolta i necrologi a ridare vita a persone dimenticate. Come in cerchi concentrici, l’onda sismica ha investito il quartiere, e poi la cittá e infine la Nazione.

Colpiti gli uomini e anche le “cose” : luoghi simbolici e cari a tutta l’umanitá come Parigi o la promenade des Anglais, l’economia, il turismo, la congressistista, e una cosa fondamentale : l’immagine del Paese.
Le cifre dei danni sono spietate, oltre al danno immateriale che si chiama insicurezza e che allontana i turisti e spinge i francesi, anche giovani, a uscire di meno, a prenotare con meno anticipo teatri e concerti, ad andare piú all’estero.

La Francia, incline ad autocelebrarsi e ad esaltare il senso dello Stato, dei valori nazionali, della sua missione storica e umanistica nel mondo, é una collettivitá ripiegata su sè stessa, incerta sul proprio futuro, rabbiosa verso tutto, soprattutto verso la classe politica e lo Stato accusati di non avere saputo proteggere e prevenire.

Le falle nel sistema di sicurezza ci sono state, ma sarebbe ingeneroso mettere sul banco degli accusati la polizia e i servizi d’intelligence che hanno fatto uno straordinario lavoro di “bonifica” e di controlli che hanno comunque permesso di fermare, schedare e tenere sotto sorvegianza centinaia di individui, persino minorenni, luoghi e obiettivi sensibili, aree a rischio di proselitismo.

Sul banco dell’accusa c’é un modello sociale e culturale di cui la Francia é orgogliosa senza riuscire a interrogarsi sui limiti e sugli errori di gestione del modello stesso : basti pensare alla situazione delle periferie, luoghi di marginalitá culturale e etnica che hanno finito per produrre prima l’ antagonismo verso i principi della Repubblica laica e egualitaria e poi la ribellione, contaminata dall’estremismo religioso e terroristico : la molla che ha spinto centinaia di giovani francesi ad arruolarsi nell’Isis, a passare nella clandestinitá, mimetizzandosi facilmente in quartieri dove ha poco senso parlare di controllo sociale e relazioni familiari o di vicinato.

Sul banco dell’accusa ci sono anche le ambiguitá di una politica estera che ha fatto non poche giravolte, guardando agli affari e alle commesse militari piú che a una strategia che tenesse insieme alleanze e valori. Dopo Chirac, accusato da alcuni di “terzomondismo” e “antiamericanismo”, la Francia si é avventurata nella guerra in Libia, é stata costretta a sovraesporsi nel Maghreb e nell’Africa Sub Saharia, ha giocato con il fuoco in Siria e nelle relazioni con l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo, i grandi investitori sul suolo francese.

Sul banco dell’accusa ci sono anche le grandi correnti politiche, la “gauche” e il “gaullismo”, socialisti e repubblicani, in ritardo nell’aggiornare analisi e contromisure. La sinistra si é impantanata nella sociologia buonista che tollera e giustifica. La destra tende a dar retta alle sirene di un populismo che erode l’elettorato di entrambe.

Certo, una catastrofe naturale non é paragonabile a un’aggressione odiosa e preordinata a colpi di mitra e di bombe, ma anche il “terremoto francese” lascia un Paese da ricostruire in termini di certezze, obiettivi, solidarietá e uno sciame sismico fatto di diffidenze verso tutto ciò che é “altro” e straniero, di rancori verso intere comunitá religiose, di chiusure verso l’immigrazione, di tentazioni autoritarie e nazionalistiche che stanno premiando il partito che meglio le rappresenta: il Front National di Marine Le Pen, con conseguenze abbastanza immaginabili nel gioco politico delle presidenziali di primavera e sui destini dell’Europa.

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