La rozzezza che si insegue tra una parte e l’altra, la violenza che chiama la violenza. La guerra islamica del Califfo contrastata dalla guerra anti musulmana dell’occidente bianco, e i tifosi jihadisti applaudono.
In alcuni messaggi rilanciati su Telegram, il programma di messaggistica criptato, i vertici dello ‘Stato islamico’ invitavano i militanti a “gioire”, perché Trump «mostrerà la brutta faccia dell’America». Sui social vicini al califfato, molti ritengono che «la volgarità di Trump metterà in imbarazzo i tiranni arabi e allargherà il campo del jihad». Una islamofobia acritica e generalizzata quasi invocata dall’estremismo islamico.
Durante i mesi di campagna elettorale il neo presidente non ha esitato ad attaccare la comunità musulmana, dal divieto di ingresso negli Stati Uniti per i fedeli di Maometto alle parole pungenti riservate all’Arabia Saudita e alle monarchie del Golfo.
Sull’elezione del miliardario repubblicano si è espresso anche Abu Mohammad al-Maqdis, ideologo di al Qaeda che vive in Giordania. «Trump al potere – sottolinea il leader estremista – potrebbe essere l’inizio di una divisione negli Stati Uniti e l’era della sua distruzione». Tutto questo in contrapposizione con il legame fortissimo tra la nuova amministrazione americana e Israele, con le aspettative che Trump ha alimentato nella destra israeliana.
Il premier israeliano Netanyahu è sicuro che il neo inquilino della Casa Bianca porterà i rapporti fra Israele e Stati Uniti a «vette mai raggiunte prima».
«Non vedo l’ora di lavorare con lui – ha aggiunto Netanyahu – per rafforzare la sicurezza, la stabilità e la pace della regione». Affermazione che, letta dalla parte opposta della irrisolta questione palestinese, promette altro terrorismo e altre repressioni feroci.
Poi la questione araba più in generale. Cosa si aspettano gli iracheni da Donald Trump? Se lo chiede
Zuhair al Jezairy, su Internazionale. Pochi cambiamenti strategici in vista per la tv curdoirachena Rudaw. Lo spiega bene Sadiq Al Taii sul quotidiano Al Quds: «La scelta è sempre tra il male e il peggio. Ma chi ha visto la morte in faccia è contento di avere la febbre».
C’è chi teme che l’aggressività di Trump potrebbe incrociarsi con l’aggressività dell’islam radicale dell’Arabia Saudita e dell’Iran, e ricorda che il vice di Trump, Mike Pence, ha familiarità con la guerra in Iraq dal 2003, e aveva appoggiato George W. Bush per aumentare i soldati statunitensi nel paese.
Sempre per gli analisti iracheni, Trump non crede in un Iraq unito, crede che ci siano molti Iraq e iracheni diversi. Quindi si adeguerà alla recente proposta dell’attuale vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden di dividere l’Iraq in tre regioni federali: una sciita, una curda e una sunnita.
Ma non tutte le colpe sono americane, sempre dal punto di vista arabo. Certo, «Gli errori commessi dai democratici durante l’amministrazione Obama e della sua segretaria di stato, Hillary Clinton». «Basta vedere cos’è successo in Iraq, in Siria, in Libia e nello Yemen negli ultimi otto anni», dove però, commenta Ebrahim al Zubaidi, le guerre nascono da elementi dell’islam radicale provenienti da paesi come l’Iran, l’Arabia Saudita e la Turchia.
E la caccia americana ai terroristi lasciando però intatta la culla e l’incubatrice del terrorismo. Le moschee wahabite e vicine al takfirismo e sulle scuole e i mezzi d’informazione appoggiati e finanziati da paesi autoritari come l’Arabia Saudita o l’Iran.
Isis e Al Qaedea ‘festeggiano’ l’avversario che nella sua rozzezza anti islamica porterà -dicono- altri aderenti alla loro causa. Gli iracheni non integralisti temono altro. Lettere di congratulazioni a Trump da Baghdad che esprimano la stessa paura: che Trump possa allontanare gli Stati Uniti dal resto del mondo e isolarli dalle crisi che segnano e il pianeta.