domenica 19 novembre 2017

Dalla ‘casa del nulla’ nel nome di Pannella e papa Francesco

Forse non ci sarà grande folla con Gatto Randagio vestito da Francesca de Carolis alla marcia per l’amnistia intitolata dai Radicali a Marco Pannella e a Papa Francesco. Il problema è che la galera è facile da invocare di fronte a certi orrori del mondo, ma nessuno conosce davvero cos’è l’orrore della galera stessa. ‘Pensando ai delitti e alle pene. Pensando, soprattutto, al tremendo delitto che l’esecuzione della pena sa diventare…’.

Domenica 6 novembre. Giubileo dei carcerati. E Gatto Randagio, per un giorno sospende il suo vagare irrequieto e solitario, per andare buono buono a mettersi in fila, in coda al corteo della marcia dei Radicali.
Sì, questa intitolata a Marco Pannella e a Papa Francesco, la marcia per l’amnistia, la giustizia e la libertà. Tre parole che piacciono tanto a Gatto Randagio, perché da quando ha ficcato il naso dentro le mura di un carcere proprio non riesce a dimenticare gli sguardi che lì dentro ha incontrato, e di tanta afflizione ancora non ha trovato il senso…

O meglio, un’idea se l’è pur fatta ( il randagio)… sempre più convinto che il carcere riguardi i consumatori finali di una giustizia che è giustizia di classe, e per prima cosa s‘è chiesto da che parte sta (nel senso di classe, appunto). Ma anche a sentirsi sicuri di appartenere a quell’altra classe, quella che le leggi le fa, tranquillamente disponendo e pensando che “mai ci riguarderanno”, non basta una scrollata di spalle, quando si sa a cosa davvero condanniamo le persone quando le imprigioniamo nella “casa del nulla”.
Che nel lessico dei prigionieri (si apprende da un illuminante libretto scritto da Salvatore Ricciardi “Vademecum di resistenza”) è il nome più utilizzato per indicare il carcere.

Marciando marciando, dunque, pensando e ripensando ai delitti e alle pene e, per dirla con Foucault, alla “strana pratica e singolare pretesa di rinchiudere per correggere avanzata dai codici moderni”… pensando, soprattutto, allo stillicidio quotidiano della sottrazione di vita e di dignità che troppo spesso la condizione carceraria comporta… pensando alle mille miserie dell’indifferenza, della disattenzione, della negazione di dignità e umanità che fanno del carcere altro dal luogo dove le persone dovrebbero essere rieducate… mentre scorrono davanti agli occhi le tante storie incontrate e rimaste rapprese nel cuore…

panella-solli

E chissà se è ancora lì, nel carcere di Sollicciano, quella giovane donna che ho ascoltato dire: “Avrò pure fatto una stronzata, ma perché devo dormire su un materasso sporco del sangue di una persona che non conosco?”. Non so se mi vergogno di più oggi a riportare queste parole, o se di vergogna davvero sono morta allora nell’ascoltare guardandola in viso.
E dove sarà quel ragazzo, neppure vent’anni che: “ a furia di guardare un muro, tante ora al giorno, cosa riuscirò mai più a vedere, che la vista già mi si annebbia…”
E come sarà l’inverno di Mario che un giorno ho visto con le mani gonfie e viola di freddo…” ma qui, lo sai, è vietato portare sciarpe e guanti.”. Già, l’avevo dimenticato. Ci si potrebbe impiccare, e morire di sciarpa… ma i guanti?

E come dimenticare le parole di Sebastiano: “Dopo 12 anni arrivo qui e mi faccio delle foto e provo un senso di shock, perché dell’immagine che conservo di me non restava niente. Mi sono trovato invecchiato, ingrassato, non mi riconoscevo in quelle foto e non le ho mai inviate a casa ai miei cari”.
E Pasquale: “Grazie di questo incontro. Non pensavo di riuscire più a conversare come una persona normale, come con amici al bar…”
E Nicola: “Immagino sia una carta per prelevare denaro…”. Già, avevo accennato a un Bancomat, ma lui è dentro da un’eternità e il mondo, fuori, chissà cosa è diventato…
“Ma il mondo, visto attraverso i telegiornali, è la percezione di un mondo che cambia senza poterne fare parte, è come tenere in un pugno chiuso un po’ di sabbia. Ogni giorno ne cade a terra un pochino finché non ci si trova con il pugno vuoto”. Giuseppe…
Pensando a Nazareno che, scrisse per lui un altro Giuseppe: “Posso immaginare, quella molle, morta corda animarsi di colpo, “stiracchiarsi”, tirarsi sempre più, fin sulla barba, e poi oscillare fino a fermarsi”.

E’ vero, più che un articolo, sembra la litania di un mantra.
Mentre ritorna una preghiera, che si spera Dio o chi per lui vorrà ascoltare. E’ arrivata l’altro giorno sulla scrivania del Papa, che la sfrontatezza è tanta…
L’ha scritta Carmelo Musumeci, ergastolano, che dopo aver vinto la battaglia personale contro quel Carmelo ben cattivo di tanti anni fa, da un po’ di tempo porta avanti la battaglia contro l’ergastolo e l’assassino dei sogni. Carmelo si rivolge a Dio a nome dei cattivi, maledetti, colpevoli per sempre. “Caro Dio, siamo gli ergastolani, quelli che devono vivere nel nulla e marcire in una cella per tutta la vita…”
Da ateo, vi assicuro, impenitente. Carmelo pure si rivolge a Dio, che gli “umani” sembrano avere a riguardo le orecchie ben tappate. Ascoltate…

“Dio, dillo tu agli “umani” che solo il perdono suscita nei cattivi il senso di colpa, mentre le punizioni crudeli e senza futuro fanno sentire innocenti anche i peggiori criminali.
Dio, dillo tu agli “umani” che dopo tanti anni di carcere non si punisce più la persona che ha commesso il crimine, ma si punisce un’altra persona che con quel crimine non c’entra più nulla.
Dio, come fa a rieducare una pena che non finisce mai? E poi che senso avrebbe morire in cella rieducati?
Dio, pensiamo che a te importi più che si possa ritornare rieducati fra gli uomini, a portare buone parole, che un rieducato morto, che neanche tu forse sapresti cosa farne.
Dio, non so pregare, ma ti prego lo stesso: se proprio non puoi aiutarci, o se gli umani non ti danno retta, facci almeno morire presto”.

Pensando ai delitti e alle pene. Pensando, soprattutto, al tremendo delitto che l’esecuzione della pena sa diventare…

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