domenica 25 Agosto 2019

Quando 50 anni fa Firenze finì sott’acqua

L’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966. In copertina un’immagine d’archivio dell’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, con le vie della città sommerse dalle acque dell’Arno. Lo scorrere della notizia che svela via via al mondo cosa sta accadendo a Firenze, e le distruzioni che si stanno scoprendo. Le testimonianze dello storico direttore dell’Agenzia Sergio Lepri e del capo del Fotografico Marcello Cambi

La prima notizia dell’alluvione di Firenze
‘take’ Ansa delle 6.51 di venerdì 4 novembre 1966
«L’ Arno è straripato, in Firenze, poco prima delle cinque, all’altezza della località Rovezzano, in un breve tratto del lungarno Acciaioli e del lungarno delle Grazie”.
I lanci successivi documentano il crescendo del dramma.
«La gente comincia a lasciare le abitazioni o, chi non ha fatto in tempo, a rifugiarsi, dove possibile, ai piani superiori», (ore 8.15).
«Le acque stanno invadendo il centro della città. In alcune zone hanno già superato il piano terreno delle case», (ore 9.30).

florence-pontePonte radio militare
«Le linee telefoniche sono interrotte. Firenze è completamente isolata», la notizia delle 10.42 trasmessa grazie a un ponte ponte radio militare.
«Continua a piovere e i mezzi di soccorso non riescono a raggiungere la città a causa delle interruzioni stradali», il lancio delle 14.51.
«La situazione si fa sempre piu’ drammatica…in via Campofiore 16 famiglie sono sui tetti delle case in attesa dei soccorsi». (ore 16.48),
«Numerosi salvataggi sono stati effettuati nel centro della città con mezzi anfibi», (ore 17.56). l’Ansa la mattina del 5 novembre, “una città di fango”, con “migliaia di persone che vagano per le strade…non ci sono curiosi, ad aggirarsi smarriti, in questa scena allucinante, sono gli abitanti”.

La sintesi di quel venerdì 4 novembre 1966
«Firenze è un immenso lago immerso nelle tenebre…, di acque limacciose che si estendono per oltre sei chilometri quadrati nei quartieri a nord dell’Arno e in un’area imprecisata nei quartieri a sud del fiume. L’inondazione, la più grossa dal 1270, interessa due terzi della città. Manca l’acqua, manca il gas, l’energia elettrica è erogata soltanto in alcune zone, il telefono non funziona. La situazione è drammatica nelle case di abitazione e negli ospedali. Anche nelle zone risparmiate dall’inondazione scarseggiano i rifornimenti alimentari; nelle altre è impossibile l’approvvigionamento».

Il giorno dopo
«Una città di fango, con migliaia di persone che vagano per le strade…non ci sono curiosi, ad aggirarsi smarriti, in questa scena allucinante, sono gli abitanti».

cattedrale

Sergio Lepri, storico direttore dell’Ansa
A Firenze l’Arno cominciò a straripare qualche minuto prima delle cinque. Per tutta la notte Dante Nocentini, il capo della sede fiorentina dell’Ansa, era andato su e giù per i lungarni guardando l’acqua che continuava a salire. Poi si fermò in piazza Cavalleggeri. Non poteva prevedere il momento, ma aveva scelto il punto giusto; al termine della piazza il marciapiedi del lungarno Acciaiuoli, che in quel tratto è più alto della strada, finisce con una scala, e il parapetto (la «spalletta», come si dice a Firenze) si abbassa di un metro rispetto al fiume.

Fu là, proprio davanti al brutto edificio della Biblioteca nazionale, che l’Arno prese a tracimare. Il buio era ancora fitto. Dante Nocentini si mise a correre verso piazza Santa Croce, inseguito dall’acqua che avanzava in Corso dei Tintori e, per il momento, si spandeva lenta sul selciato. La sede dell’agenzia era allora in via dei Pucci, a duecento metri da piazza del Duomo. Salì trafelato le scale (non c’era l’ascensore) e dette la notizia a Roma.

Era il 4 novembre del 1966, un giorno festivo, a quel tempo; era chiamato il «giorno della vittoria», anniversario della vittoria dell’Italia contro l’Austria e della fine della prima guerra mondiale, il 4 novembre 1918.

A Roma l’Ansa funzionava regolarmente, ma tutti gli uffici pubblici erano chiusi; chiusi i ministeri, chiusa la presidenza del consiglio a Palazzo Chigi, chiuso anche il ministero degli interni al Viminale; non c’era neppure un funzionario di servizio e le telescriventi dell’Ansa erano ferme; venivano spente la domenica e negli altri giorni di festa. Era il 1966, un anno della seconda metà di questo secolo, ma nessuno, nel Governo e nel Parlamento, aveva pensato che le responsabilità dei cosiddetti pubblici poteri non si esercitano soltanto nei giorni feriali.

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Marcello Cambi, capo della redazione fotografica dell’ANSA
La mia alluvione è iniziata davanti ad un giornalaio di Cannes dove io e Laura eravamo arrivati la sera prima nel nostro viaggio di nozze. Pioveva da tre giorni e non ero sorpreso di vedere sulle prime pagine dei quotidiani locali foto di strade invase dall’acqua. Ma sfogliando, il fiato sospeso, vedo scene di auto nel fango, accatastate l’una sull’altra, gente con l’acqua fino ai ginocchi. Ecco piazza d’Azeglio trasformata in un lago, Piazza S. Croce, l’Arno, le mie strade, le facce della mia Firenze. Ho un groppo alla gola. “Amore, dobbiamo partire subito. È successo….”.

Viaggiamo in silenzio. Io e la mia sposa ci guardiamo increduli. Ascoltiamo la radiolina, ma c’è molta confusione, non si capisce se c’é ancora pericolo, se ci sono vittime, se la città ha ricominciato a vivere. Arriviamo a sera. Sui viali che circondano il centro si cammina bene, poi ci fermano. Un lungo corteo di giovani volontari, decine e decine, sistemati ai lati, ci fa strada, indicandoci i pochi tratti da dove possiamo passare. A casa di Laura, che sta a terreno, l’acqua é arrivata quasi al primo piano. Ha sfondato il portone, ha trascinato il grande armadio di camera, facendolo sprofondare nel pavimento.

Penso, ancora, come in quel momento, che cosa hanno dovuto sopportare e soffrire tante persone, ognuna già con i suoi problemi. Piango, ancora, pensando a quanti sacrifici, rinunce, notti insonni hanno affrontato nella loro vita i nostri vecchi, i nostri genitori, come quelli di Laura, che ora scopro seduti con dignità sugli scalini di un ultimo piano per disturbare il meno possibile chi li ospita. Laura rimane con loro, non so come, e mi si stringe il cuore. Mario, suo fratello, mi accompagna alla ricerca di un passaggio per arrivare a casa mia. Non so niente di mia sorella. Devo quasi forzare un blocco di vigili e di volontari che impedisce l’attraversamento del Ponte San Nicolò. “Vai, ma è rischioso”.

Via Giampaolo Orsini è buia, lunga. Si va avanti come a tastoni. Ogni tanto Mario scende dalla macchina. “Passa di qua, di qua…” “Non andate…” dice una voce dietro le persiane. “Attenti, è pericoloso…”. Mia sorella, anche lei al piano terra, é salita tre scale più su dopo essersi svegliata con l’acqua alla cintura. Sta in circolo con alcune donne, come durante una veglia, e ognuna racconta e ripete la paura, il terrore che provoca l’acqua che sale e che ti obbliga a correre per le scale come se tu fossi una ragazzina. Non piange nessuno, nemmeno io, anche se tutto spinge a farlo. Ma non trattengo un singhiozzo alla vista dei libri amati dal mio babbo avvolti in un ammasso di fango.

A poca distanza incontro il barista Magni. Nel suo locale, sventrato, andavo da ragazzo a giocare a flipper. “L’Arno mi ha strappato la macchina del caffè, l’ho inseguita a nuoto fino in piazza, ma poi l’ho perduta”, ripete come fra sé e sé. In centro succede di tutto. La trattoria del Latini ha già riaperto! Narciso, il proprietario, ha fatto arrivare dalla campagna un gruppo di amici che hanno ripulito e addirittura imbiancato le stanze. Nelle vicinanze si spala il fango, poi lui chiama tutti a mangiare. Ribollita e penne strascicate nel sugo.

In queste giornate che non finiscono mai, i problemi sono enormi. Da domani dobbiamo trovare le case dove andare, dove riprendere a vivere. Io e Laura siamo ospiti di Neda e di Ivan, due amici che sono venuti a cercarci: “E’ casa vostra!”. Peccato, davvero un peccato, che i nostri regali di nozze, raccolti in una stanza, siano finiti in Arno. Io non li ho nemmeno visti.

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