domenica 18 Agosto 2019

Questione islamica e terrorismo in Francia, i dati veri

Le dimensioni di un fenomeno. Una catena fatta da dieci tra stragi, omicidi, assalti ed attentati che ha portato a 149 morti nel 2015 e 89 nel 2016. 2.195 foreign fighters francesi che combattono in Siria e Iraq. I più numerosi tra tutti. 211 di loro sono morti. Altri combattono ancora. Ma i 1.299 francesi, ufficialmente non-morti e non-presenti sulla linea del fuoco? Questo e molto altro oggi dal nostro amico francese J.Danton, nel suo secondo pezzo sull’islam e il terrorismo in Francia. Una analisi preziosa.

Il 7 gennaio 2015 alle 11.30 due terroristi francesi di religione islamica, i fratelli Chérif e Said Kouachi, irrompono nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, nel pieno centro di Parigi e a colpi di Kalashnikov uccidono dodici persone. Il loro movente è religioso: il settimanale aveva più volte satireggiato su Maometto (come sulla Madonna, su Gesù e su ogni divinità conosciuta) e tanto bastava loro per applicare la pena di morte ai redattori.
Parallelamente un loro complice prima uccide una agente di polizia municipale (l’8 gennaio) e poi altre quattro persone di religione ebraica durante un assalto ad un grande magazzino di alimentari kosher. I tre trovano la morte dopo una vera e propria caccia all’uomo e Al Qaeda rivendica le stragi.
L’impressione in Francia e nel mondo è enorme: tutti dicono, scrivono, urlano je suis Charlie e più di quaranta capi di stato e di governo si uniscono alla folla della manifestazione repubblicana dell’11 gennaio, sgomitando per ottenere la prima fila in favore di telecamere.
Ma era solo l’inizio.

Qualche dato, tanto per cominciare
In Francia, dal 20 dicembre 2014, con l’attacco all’arma bianca contro dei funzionari di polizia a Jouè-les-Tours, inizia una catena fatta da dieci tra stragi, omicidi, assalti ed attentati che ha portato a 149 morti nel 2015 e 89 nel 2016: molti tra gli attentati e le stragi risultano strettamente collegati con gruppi attivi contemporaneamente in Belgio, ovvero sono stati commessi in Francia da terroristi provenienti da quel paese. Tutti i colpevoli facevano parte del cd Islam radicale e spesso erano reduci dai fronti di guerra in Medio Oriente.

Secondo dati ufficiali, 2.195 persone in tutto, tra cittadini e residenti stabili nel Paese, hanno lasciato la Francia per andare a combattere sul fronte siro-iracheno: essi rappresentano di gran lunga la maggioranza dei foreign fighters provenienti dai Paesi occidentali, compresi Stati Uniti ed Australia e sono secondi solo ai jiadhisti provenienti dalla Tunisia.
Attualmente risulterebbero ancora presenti al fronte 685 individui di nazionalità francese, tra i quali ben 275 donne e 17 minori considerati ad ogni effetto come combattenti. Vi sarebbero poi altri 380 minori non combattenti nati sul posto da almeno un genitore francese o portati in zona di guerra dai parenti. Ben 211 francesi, sino a settembre 2016 (quindi prima dell’attacco a Mossul) avrebbero trovato la morte nel conflitto.

Sorge spontanea una domanda: ma gli altri, dove sono finiti ? Perché se sono partiti in 2.195 (ed il numero fornito è talmente preciso da far pensare ad un calcolo eseguito scrupolosamente uno per uno) e se si sa quanti sono i morti e quanti quelli ancora presenti al fronte, che fine hanno fatto i restanti 1.299 francesi, ufficialmente non-morti e non-presenti sulla linea del fuoco ?
E quelli tornati in Francia, dove sono e che cosa fanno ?

Sul punto i dati, almeno quelli governativi, sono più reticenti.
Fonti ufficiose, che riteniamo attendibili, ci dicono che almeno sino alla legge n. 2016-987 del 21 luglio 2016, quella che dopo la strage di Nizza ha prolungato l’état d’urgence modificandone varie disposizioni, le norme e le prassi fossero piuttosto incerte. Esistono infatti i cd Fichiers S e sono ben 15.000: si tratta dei dossier dei servizi di sicurezza nazionale relativi a persone ritenute potenzialmente pericolose per l’ordine e la sicurezza, ma pare che si tratti – almeno in parte – di schede eterogenee, che riguardano anche soggetti di una certa età perché a suo tempo schedati come potenziali guerriglieri palestinesi o addirittura militanti della guerra d’Algeria.
Basarsi efficacemente, per la prevenzione, su 15.000 dossier sembra comunque piuttosto velleitario ed infatti il Ministro dell’interno Cazeneuve in una intervista al Journal du Dimanche del 9 ottobre, specificamente richiesto sul punto, è sembrato glissare e si è limitato a dire che le misure di emergenza prese hanno avuto effetto: “Contre l’islamisme, nos efforts payent”.

Vediamo allora questi sforzi (almeno quelli ostensibili):
i dati disponibili sono solo quelli sino a luglio 2016 e sono stati pubblicati con la proposta di legge di prolungamento della stato di emergenza: essi parlano di 77 persone sottoposte al soggiorno obbligato; di 3.594 perquisizioni amministrative eseguite, che hanno portato alla apertura di 592 procedimenti penali, quasi tutti però per violazioni alle leggi sulle armi e sugli stupefacenti; 229 persone hanno ricevuto un ordine di non lasciare il territorio francese e 64 – al contrario – sono state espulse. Come è ovvio, l’attività dei servizi di informazione e sicurezza non ha fatto oggetto di comunicazione specifica, perciò non è dato sapere quali e quante persone siano sotto controllo da parte loro.

Certo la prevenzione non è facile, visto il numero comunque elevato di soggetti radicalizzati: il caso delle tre giovani donne che avevano preparato in pian Parigi l’attentato del 7 settembre con l’auto riempita di bombole di gas ci fa comprendere quanti possano essere gli obbiettivi, i potenziali autori e la varietà dei mezzi utilizzabili: è difficile infatti controllare tutti gli acquirenti di bombole o tutte le auto parcheggiate per più giorni nel centro di una città e la crescente presenza di donne nei ranghi del radicalismo disposto a tutto sembra essere, oltre che inedita, molto preoccupante.

La stretta legislativa e i tribunali
Innegabilmente la progressiva stretta legislativa posta in opera dal Governo e dal Parlamento sembrerebbe aver ottenuto qualche risultato: le indagini ed i procedimenti penali per tutti i reati di terrorismo in Francia sono affidate – per tutto il territorio nazionale – ai soli uffici giudiziari di Parigi, Procura e Tribunale. Ciò crea un’elevatissima specializzazione ma, al contempo, anche un’inevitabile distanza, fisica e di conoscenza di reti e persone, dai luoghi – tranne la capitale e la sua regione – dove i reati vengono commessi: per la strage di Nizza vi è stato un vero e proprio trasferimento di uomini e mezzi, con tutte le complicazioni facili da intuire: e la stessa polizia giudiziaria sembra soffrire del medesimo centralismo che, qualcuno ammette a mezza voce, provoca anche una certa deresponsabilizzazione di chi si trova in periferia.

Nonostante alcuni indubbi successi, tanto che il numero dei reati attribuibili ad elementi radicali sembra essere in forte calo (ma è meglio attendere le statistiche di fine anno), restano indubbiamente buchi e zone grige: dove sono finiti i reduci rientrati dal fronte se – come sembra – molti sarebbero già tornati in Francia ed altri, più numerosi, potrebbero rientrare se e quando cadrà Mosul ? Quali reti di estremisti radicali si costituiscono e ricostituiscono in quelle banlieu che appaiono sempre più come zone di spaccio e di illegalità diffusa, nelle quali disoccupazione giovanile, delinquenza di strada e tentazioni identitarie radicali sembrano a volte unirsi in un mix potenzialmente micidiale ? E, soprattutto, come fare per arginare o, se possibile, sradicare quel fenomeno pericolosissimo noto come la radicalizzazione in carcere ?

Ecco, appunto: il carcere, chi ci finisce e chi lo usa a fini di propaganda: un’altra bella questione. Se vorrete ne parleremo nella terza puntata.

 

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Esiste in Francia una questione islamica?
25 ottobre 2016
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http://www.remocontro.it/2016/10/25/esiste-francia-questione-islamica/

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