Mosul, anche la Nato in campo senza dirlo troppo in giro

La guerra dall’alto
Cosucce formalmente pubbliche ma tenute nascoste senza darlo troppo a vedere. Anche la Nato è in guerra in Iraq, anche se nessuno lo dichiarava in giro. Cose strane che accadono. Per fortuna il Pentagono è coerentemente geometrico nella sua vanità, e ci racconta che gli attacchi aerei della Coalizione internazionale a guida Usa -Nato compresa- realizzati in poco più di due anni e due mesi sono stati oltre 18.500, di cui circa 10.200 e 5.600 rispettivamente in Iraq e in Siria. E non soltanto. In campo da giovedì scorso, anche la Nato. «October surprise».

In questi giorni anche gli aerei da ricognizione Awacs (Airborne Warning and Control System) della Nato hanno iniziato ad operare nei cieli di Iraq e Siria a sostegno alla Coalizione. Rivelazione UsaLo ha annunciato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, in conferenza stampa a Bruxelles alla vigilia dell’incontro dei ministri della Difesa dell’Alleanza. «Il primo volo -ha detto Stoltenberg- in supporto della coalizione che combatte l’Is è stato effettuato il 20 ottobre».

Tanti raid e tante bombe. «Nella settimana compresa fra il 17 e il 23 ottobre ci sono state 32 incursioni con il lancio di 1.776 munizioni sul Daesh», vanta l’americano Brett McGurk. Il colonnello John Dorrian, portavoce alleato, precisa che ciascuna missione può aver condotto a colpire bersagli multipli nell’arco di alcune ore. «Distrutti tra l’altro -ha specificato l’ufficiale statunitense- 136 postazioni di combattimento, diciotto gallerie e 26 veicoli-bomba».

La guerra sul campo
Sul campo, partita decisamente più difficile. Da un lato le azioni di disturbo dell’Isis, il blitz a Kirkuk e soprattutto l’incendio dei pozzi di petrolio e dell’impianto chimico per il trattamento dello zolfo che sta rendendo inabitabile l’area di Qayyrah e la base area che da retrovia logistica per l’offensiva. Poi trappole esplosive, mine e bunker tra le case dove si stima vi siano ancora 700 mila dei 2 milioni di abitanti che Mosul aveva prima di Isis. Con qualche problema sulla voglia di una parte della popolazione di essere ‘liberati’.

Decisivo l’odio dei sunniti per il governo di Baghdad caduto nelle mani della maggioranza sciita con l’avvento delle elezioni democratiche nel Paese arabo. Per questo nel 2014 le popolazioni sunnite accolsero come liberatori gli uomini dell’Isis calati con successo nella provincia di al-Anbar a Mosul e nel nord dell’Iraq. E anche oggi parte dei sunniti iracheni preferiscono l’alleanza con i jihadisti -da ricordare che la struttura militare del Califfato si regge sui veterani della Guardia Repubblicana di Saddam- piuttosto che sottostare al governo sciita.

E’ quindi evidente che una parte rilevante della popolazione di Mosul simpatizza con l’Isis e teme il ritorno dei governativi in gran parte sciiti, sia che vestano l’uniforme dell’esercito e della polizia sia che combattano nelle milizie filo-iraniane di “mobilitazione popolare” già accusate di rappresaglie sui civili in altre città ‘liberate’ e che non intendono obbedire all’ordine del governo di Baghdad di tenersi lontani dal centro urbano di Mosul una volta liberato. Molto più incerti gli auspicati ‘partigiani’ anti Isis.

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