• 27 Febbraio 2020

Libia, Isis sconfitta a Sirte ma solo per finta

Obama aveva previsto un mese di raid aerei, salvo proroga eccezionale. Da allora, proroga su proroga, siamo al terzo mese quasi compiuto, Sirte jihadista resiste un barba alla potenza americana e alla ferocia delle milizie di Misurata. E quella che doveva essere una ‘guerra lampo’ per eliminare le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico in Libia, si sta rivelando per gli Stati Uniti e per la coalizione occidentale una operazione molto più lunga e dispendiosa del previsto. A rischio il gran finale della presidenza Obama che il primo agosto scorso aveva dato il via ai raid aerei nella speranza di poter esibire alla storia la liberazione della Libia dal Califfato.

Monito anche per Mosul
Nella ex roccaforte di Gheddafi invece Isis continua a resistere. Non più di 100 miliziani, scrive Washington Post, quindi fonti Pentagono-Cia: solo 100 jihadisti, probabilmente foreign fighters, asserragliati in un’area residenziale al centro della città costiera. Nonostante l’enorme sproporzione di forze, i jihadisti sono stati capaci di rispondere agli attacchi, colpendo duramente. L’ospedale militare da campo italiano a Misurata è il contributo di Roma a quella battaglia. E come sta accadendo da subito a Mosul, il solo fatto di riuscire a trascinare l’Occidente iper armato in una battaglia di logoramento, diventa motivo d’orgoglio per il Califfato e strumento di propaganda.

Previsioni improvvide
Le operazioni militari per riprendere il controllo di Sirte, una città in gran parte ormai spopolata, nelle previsioni degli strateghi americani non avrebbero dovuto presentare particolari ostacoli per almeno tre motivi, rileva Rocco Bellantone su LookOut. 1) Il numero di miliziani del Califfato, pochi rispetto a Siria e Iraq, soprattutto ‘foreign fighters da Tunisia ed Egitto, dal Sahel e dall’Africa subsahariana. 2) La mancanza di supporto alla causa jihadista da parte della popolazione locale, merito della intelligenza italiana (a volte accade). 3) Pochi soldi dopo il fallimento del progetto di conquista dei pozzi della “Mezzaluna Petrolifera”, ora sotto il controllo del generale Haftar.

Le milizie di Misurata
Le milizie di Misurata impantanate nella battaglia. Male armati e poco pagati dal governo Sarraj per il quale combattono, si sono lentamente sfaldati. Perdite in costante crescita. Centinaia i morti per le trappole esplosive disseminate dai jihadisti nella città. Oltre alle imboscate e i cecchini, come da manuale della guerriglia urbana. Rastrellamenti casa per casa, e il bilancio dei morti è continuato a crescere, con gli irriducibili di ISIS nascosti in tunnel e gallerie sotterranee pronti a colpire all’improvviso. Tutto rallentato, punto che, secondo stime americane, nelle ultime settimane i libici avrebbero guadagnato cento metri di terreno ogni giorno.

Bombe troppo dall’alto
L’appoggio aereo degli USA, che avrebbe dovuto permettere la conquista di Sirte entro un mese, ha certo spostato gli equilibri in campo, ma non come previsto. Dal primo agosto aerei Harrier della Marina e soprattutto droni sono decollati dalla nave da guerra USS Wasp per compiere circa 330 raid contro obiettivi jihadisti. Le forze speciali inviate sul posto, base sulla nave anfibia USS San Antonio, coordinano e accompagnano le offensive di terra delle milizie di Misurata, ma non è stato sufficiente. Nonostante gli sforzi seminascosti di parte statunitense, missione prolungata già due volte, mentre oltre alla bombe stanno piovendo critiche sulla scarsa efficacia dell’azione Usa.

Prima la conquista, e poi?
Già a Tripoli, l’ex premier del Governo di Salvezza Nazionale Khalifa Ghwell ha rivendicato con un mini golpe mal gestito la premiership attribuita all’inconsistente Sarraj. Caos istituzionale con l’ombra della Cirenaica del premier Abdullah Al Thinni e del generale Khalifa Haftar. Legittimo pensare che i comandanti militari si chiedano a chi dovranno rispondere una volta liberata la città. A chi chiedere i compensi dovuti, o saranno costretti a scontrarsi con l’esercito di Haftar? Domanda che tutti si pongono in Libia, a cui nessuno, compresa l’Italia, sa dare una risposta. Con un altro interlocutore che si affaccia. La Russia a cui il disperato Sarraj ha iniziato a rivolgersi.

rem

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